Annonna

Ho sempre amato scrivere e raccontare. Lo faccio da sempre, fin da quando ho iniziato a tenere la penna in mano. E non sono l’unico nella mia famiglia. Ho cercato di declinare questa irrefrenabile passione nel giornalismo, ma un articolo per un quotidiano non è un racconto, ha meccanismi diversi e si scrive con una tecnica particolare che soggiace a regole specifiche.
Quando ho cambiato lavoro non ho avuto particolari rimpianti, anche perché continuo a giocare con le parole anche adesso. E poi ho le mie storie, quelle arrivano da sole e chiedono con insistenza di essere scritte. Io non so dire di no, così butto giù quelle vite attraverso le mani che digitano sulla tastiera o che svolazzano su un quaderno con una penna tra le dita.
Ogni tanto mi piace che vengano lette, così ho pensato di regalarvi questo breve racconto che risale giusto a qualche settimana fa. In fondo alla pagina troverete anche il link per scaricare il file .epub.

Nei commenti fatemi sapere che ne pensate. Nel caso, ripeteremo l’esperienza di condividere qualche racconto.

Annonna

-Adesso chiediamo a questo giovanotto di farci sedere… – dice la signora anziana alla ragazza accanto a lei e mentre faccio posto sulla panchina lei si è già accomodata, borsa di pelle marrone in grembo e mormorando un – …me’…- che mi rimanda immediatamente a mia nonna, morta un anno fa.
Questa anziana deve essere pugliese come lei, emigrata in Abruzzo decenni fa per sposare mio nonno, senza mai perdere il caratteristico accento e conservando quelle espressioni dialettali che a volte uso anche io.
Mi faccio ancora più in là e faccio sedere anche la bella ragazza che è con lei, una nipote che la donna ha accompagnato in stazione.
Aggrotta le labbra proprio come faceva la madre di mia madre e ogni volta che si rivolge alla ragazza ripete il classico “annonna”, che sta per “bella di nonna” e che da queste parti si usa spesso. “Ciao appapà”, “Ammamma, come stai?”

Mia nonna è morta l’anno scorso a novant’anni compiuti. Questa signora è sugli ottanta, li porta bene. E’ molto curata. Capelli freschi di tinta biondo cenere, corti e comodi da ravviare. Occhiali fumé datati ma ancora perfetti. Il trucco insolitamente accentuato, con fondo tinta uniformante che mette in evidenza invece di nascondere le rughe profonde e poi il blush sulle palpebre, che lei chiamerà ostinatamente ombretto. Un civettuolo rossetto rosa pastello completa il tutto, spalmato con mano ferma per esaltare labbra un tempo turgide, ora rinsecchite.
E’ minuta, sotto una stirata camicia bianca di lino si intuisce un busto appesantito dalla oleosa cucina abruzzese, ma non gonfio, segno che non esagera col cibo e che ha fatto della moderazione la virtù che tutti possono subito cogliere in lei. Le gambe, corte, sono dritte e magre, avvolte fino alle ginocchia da una gonna beige che sembra cucita in casa.
L’anziana è distinta, come le signore di paese che non possono lasciarsi andare soprattutto per non far sparlare le comari.
La nipote invece è senza trucco, viso dai lineamenti delicati, arricchito da occhi grandi e scuri. Capelli corti, ricci, tenuti appena fermi dagli occhiali da sole piantati in testa. Ha un vestito leggero azzurro e una collana di pietre colorate. E’ carina, non una gran bellezza, ma non dubito che possa far innamorare più di un ragazzo.

La ragazza chiama col cellulare gli zii che dovrebbero venire a trovare la nonna, mentre lei borbotta e le suggerisce cosa dire al telefono.
– Vengano se proprio vogliono venire, eh che non ho mica bisogno di niente, io!-
-Nonna sono partiti, tra un’ora sono da te.-
-Così devo pure cucinare, che quella, tua zia mai che porti qualcosa. Devo fare tutto io -, dice sospirando e scuotendo la testa. Poi allunga le gambe, si guarda i piedi come a controllare che i sandali di pelle chiara con quel tacco basso e comodo siano ancora al loro posto e poi li sbatte rumorosamente a terra, inarcando la schiena con un moto di stizza.
La nipote per distrarla prende a raccontarle della specializzazione che sta facendo e la nonna annuisce, anche se è chiaro che non sta affatto capendo cosa possa voler dire essere una giovane dottoressa che si fa strada in una professione ormai satura e in una grande città, tanto lontana dal paese natio abruzzese.
-Nannò, è la vita tua, sei brava, tutti se ne accorgeranno, devi solo avere un po’ di pazienza e studiare – la interrompa la vecchia – Stai attenta, però, non uscire mai da sola, che io se penso che sei là in quel marasma mi scando e mica sto tranquilla!-
La nipote le sorride, poi mi guarda complice. Ci siamo capiti, la ragazza la sa lunga, magari vive già con un ragazzo, ma perché far preoccupare ancora di più la nonna che già fatica a comprendere perché questa signorina sia voluta andare lontano a studiare, per un mestiere, poi, che ai suoi tempi facevano solo gli uomini. Non era meglio restare qua, che un lavoro si poteva trovare e magari si fidanzava con qualche bravo giovane che conosce da sempre?

Sul binario semideserto della piccola stazione passano una mamma con un bambino che avrà circa tre anni. L’anziana sorride e sentenzia, in modo che anche la passante possa sentire: -guarda che bel bambino… sono sempre una gioia! –
Il marmocchio riconosce il cartello metallico dei gelati Algida del bar accanto e urla lagnoso che vuole il Cucciolone. La madre glielo nega, è tardi e tra un po’ si cena. Il bambino allora scoppia in un pianto capriccioso e irritante.
-Nonna, non è mica poi tanto bello-, dice sottovoce la nipote all’orecchio dell’anziana. Lei alza le sopracciglia e arriccia le labbra quasi in un sorriso, ma si contiene. Non potrebbe mai dire apertamente qualcosa di negativo su un bimbo.

Arriva sbuffando il treno che porterà la ragazza al nord. Bologna? Milano? Non so. Guarda la nonna con affetto genuino mentre si alza dalla panchina e inizia a raccogliere le sue cose. –Nonna, sono proprio contenta di essere stata con te, oggi!- E poi l’abbraccia forte.
-Anch’io, annonna, mi hai fatto proprio una bella sorpresa!-, ricambiando la stretta e con un luccichio sospetto sotto i grossi occhiali velati. – Io sempre qui sto, sola e triste, che aspetto notizie…-
-Dai nonnina, che torno presto!-
-Quando puoi, quando puoi….- gongola stringendole forte la mano, che vedo le rughe disegnarsi sulla pelle del dorso della mano artritica.
Il treno è ormai fermo con le porte spalancate, la ragazza afferra la borsa, il trolley, dà un ultimo bacio alla nonna e sorride un ciao.
-Vai, bella di nonna, io aspetto qui che il treno parta-
La nipote sale, la vecchia la segue vigile con lo sguardo. Quando prende posto le lancia un saluto con la mano aperta che viene ricambiato. Allora la nonna sorride, con lo sguardo pieno di orgoglio per questa nipote che si sta facendo strada, purtroppo lontano. Il capotreno fischia e la locomotiva sbuffa mentre inizia a trainare i vagoni con la consueta fatica degli interregionali. La nonna apre la borsa, tira fuori un fazzoletto bianco con il bordo ricamato e si tampona il viso. Deve scacciare le lacrime, ma non vuole che io me ne accorga, così finge di asciugarsi il sudore sulla fronte e intorno agli occhi. Sul fazzoletto restano tracce di fondotinta rosa, lei lo nota, allora lo piega subito e lo ripone nella borsa.
-Ho cinque nipoti!- mi dice improvvisamente –Una gioia. Tutti quanti. Non come i figli che mi hanno fatto disperare…-
Io non so cosa rispondere. Sorrido e basta. Lei si stringe la borsa al fianco, alza la testa e pronuncia un signorile “buonasera”, mentre si incammina verso l’uscita senza attendere la mia risposta.

 

Scarica il file .epub, leggibile sul tuo ereader

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