Non vergognarti mai (di ciò che sei e di rispondere con un pugno)

Sono passati 24 anni da quando quello mi piantò una chiave in una spalla e io reagii per la prima volta rendendogli pan per focaccia. Niente armi, perchè sono da vigliacchi, ma solo con le mani. Avevo tredici anni, abitavo in un palazzo enorme di un quartiere popolare. Uno di quei condomini con tanti portoni, un cortile dove scorrazzare e ragazzi di ogni età che giocano a calcio d’estate, vanno in bici, formano bande rivali, si fanno la guerra.

Erano la fine degli anni ’80 e io ero considerato un frocio. Avevo già la consapevolezza di essere omosessuale, non sapevo cosa ciò avrebbe comportato per il mio futuro e mi vergognavo se solo qualcuno poteva mettere in dubbio il mio essere come tutti gli altri. Facevo di tutto per nascondere queste emozioni perverse, la struggente e incontrollabile attrazione verso quei ragazzi più grandi che facevano gruppo da soli e io potevo solo ammirare da lontano. Li guardavo di nascosto, mentre vagavo con la mia Bmx rossa, fratellino al seguito, giocando con pochi ragazzini considerati sfigati da tutti. D’estate, quando ci ritrovavamo tutti in cortile, ero innamorato dei loro peli sulle gambe, di quella barba da sedicenni che qualcuno più sviluppato già si radeva settimanalmente e dei muscoli sulle braccia e sul torace che io, ancora bambino vedevo come irraggiungibili.

C’era un ragazzo di un anno più grande che mi tormentava. Ce l’aveva con me e io sapevo perchè. Due anni prima, quando io avevo undici anni e lui dodici mi aveva proposto di masturbarci insieme e io mi ero rifiutato. Non mi facevo ancora le seghe, non capivo neppure cosa significasse quella parola, ma avvertivo come sbagliato rinchiudermi in una cantina buia con quel ragazzo. Sì, ero proprio uno scemo, anche perché quello lì non era affatto male.

Da quel momento però lui iniziò a prendermi in giro davanti agli altri. Dapprima con sorrisi allusivi e imitando a pappagallo la mia camminata e il mio modo di parlare, poi in modo sempre più sfacciato. Quando passavo lo sentivo urlarmi dietro “frocio”, “checca”, “puttana”, “finocchio”, e tutto il repertorio previsto in questi casi. Non ero effeminato, e io sapevo che ce l’aveva con me solo perché non avevo ceduto alle sue avances. Ogni estate il copione era lo stesso. Se scendevo in cortile e c’era lui dovevo nascondermi o proporre a mio fratello e agli altri sfigati di andare a giocare altrove, lontano da quel bullo e da quegli altri ragazzi più grandi che ridacchiavano quando mi insultava.

L’estate dei miei tredici anni tutto degenerò. Lui divenne sempre più intraprendente e complice il mio silenzio, la testa bassa, la paura che mi faceva scappare come un coniglio, diventò cattivo. Un caldissimo giorno di agosto  io e mio fratello uscimmo in cortile subito dopo pranzo. Stavamo costruendo una capanna nella campagna accanto al palazzo ed eravamo presi dai nostri progetti. Non c’era ancora nessuno in giro, tranne quel bastardo omofobo che era seduto su una panchina da solo. “Frocio, vieni qua che ti frusto!”, mi urlò da lontano. Aveva una grossa corda in mano raccattata chissà dove e la agitava verso di me. Io saltai in sella alla mia Bmx e sparii dalla sua vista. Mio fratello rimase indietro, non capiva perchè quell’altro ce l’avesse sempre con me.

Il bullo lo raggiunse facilmente.

“Ehi, ma lo sai che tuo fratello è uno schifoso ricchione?” gli disse bloccandogli la bici e costringendolo a scendere.

“Non è vero, noi abbiamo avuto gli orecchioni già tanto tempo fa…”, rispose l’anima innocente tirando fuori la lingua.

Lo stronzo iniziò a prendersela con lui: “Ora ti faccio vedere cosa piace a quel frocio di tuo fratello…”, gli disse spingendogli la testa in basso, come per fargli piegare il busto. Voleva simulare una penetrazione anale, immagino. Fu in quel momento che in me scattò un interruttore. Poteva offendere me se voleva e io sapevo che aveva ragione, ero un frocio e in fondo me ne vergognavo, mi sentivo diverso da lui e da tutti gli altri, ma doveva lasciare stare mio fratello. Tornai indietro di corsa, gettai la bici a terra e mi avventai su quel ragazzo con tutto il mio peso.

Lui non aspettava altro che una mia reazione. La attendeva da due anni, da quando mi rifiutai di masturbarmi con lui. Iniziò a colpirmi con i pugni cercando proprio il viso, ma non aveva fatto i conti col fatto che io praticavo nuoto agonistico, ero ben proporzionato e i muscoletti li avevo, nonostante scappassi sempre come un gatto randagio. Presi a colpirlo anche io, e non mi risparmiai. Non sentivo i suoi pugni, non mi faceva male, vedevo solo le mie mani e le mie gambe che lo colpivano senza sosta. Lui si divincolò, afferrò dalla tasca le sue chiavi di casa e la prima che riuscì a stringere nel palmo chiuso della mano me la conficcò nella spalla sinistra. Da quel momento in poi ricordo solo il tintinnio del mazzo di chiavi rimasto appeso alla maglietta insanguinata. Vedevo rosso come i tori e fu uno di quei momenti in cui persi proprio il controllo di me e colpii per fare male. Ero una furia e lui cercò di scappare. Lo lasciai andare e gli tirai dietro il suo mazzo di chiavi sporco del mio sangue. Il vigliacco aveva usato la chiave della cassetta della posta. Non mi fece altro che un graffio, ma è il gesto che conta, no?

Quando riacquistai lucidità vidi mio fratello che mi guardava con gli occhi sgranati da dietro il tronco di un albero dove si era andato a rifugiare e sentii le gambe tremare e farsi di burro. “Hai fatto proprio bene”, mi sussurrò piano mentre si avvicinava per poi abbracciarmi stretto. Nei giorni seguenti quel bullo non si fece vedere, venni a sapere che ai genitori aveva mentito. Era scivolato con la bici in quella scarpata che c’è a cinquanta metri dal palazzo e sulla quale è vietato a tutti andare. Ed era caduto di faccia, poverino. Quando nelle settimane successive mi capitava di vederlo in cortile, non solo non mi insultava più, ma voltava la testa dall’altra parte, fingendo che io non esistessi. Più che per la paura di altre botte da parte mia, lui era preoccupato del fatto che io potessi raccontare in giro di averlo picchiato. Ma non lo feci mai.

*  *  *

Per tutta la mia adolescenza sono stato un ragazzo che reagiva. Dopo quell’episodio non ho più abbassato la testa e quando qualcuno provava a offendermi o addirittura a mettermi le mani addosso finiva per pentirsene. Non ho mai attaccato per primo e se potevo rispondevo con le parole, anche perché il mio coming out sarebbe avvenuto molto più in là negli anni e quindi non capivo come era possibile che qualcuno mi prendesse per “frocio” e mi insultasse. Quando picchiavo lo facevo anche per quel motivo e solo come risposta ad una aggressione omofoba. Non ero un attaccabrighe. Ciò che ho vissuto io è attuale e non sono rari i casi di molestie verbali e fisiche e aggressioni causate dall’omofobia. Il silenzio dello Stato italiano nelle scuole per quanto riguarda l’educazione al rispetto degli altri (di tutti coloro che si possono identificare come “altri”) e la vergognosa presa di posizione dei genitori cattolici fascisti che rivendicano il diritto a dis-educare i loro figli nei confronti di temi sensibili, sta causando una recrudescenza di fenomeni tra i preadolescenti, gli adolescenti, ma anche tra gli adulti. Gli omofobi ignoranti cercano una contrapposizione sociale tra la “famiglia tradizionale” (qualunque cosa significhino per loro queste due parole) e le richieste di riconoscimento di diritti e dignità da parte della comunità GLBT. Ciò che dovrebbe essere pacifico, cioè il rispetto dell’altro, il no a qualsiasi forma di insulto, discriminazione, molestia verbale e fisica viene venduto colpevolmente come istigazione all’omosessualità, un tentativo da parte della fantomatica e mai troppo vituperata lobby gay di imporre uno pseudo modello che porterebbe tutti i fanciulli a diventar finocchi. Come se scoprirsi attratti da persone dello stesso sesso dipendesse da quanto poco li schifi e solo rispettando eventuali compagni diversi (diversi come?) porterebbe al contagio.

Io invito tutti a reagire. Mai abbassare la testa davanti ad un insulto o provocazione. Mai vergognarsi di ciò che si è lasciando che qualche bullo represso (segretamente omosessuale, of course) ci umili. Concepisco la fuga solo se gli omofobi vigliacchi sono in sovrannumero. Se il combattimento è leale non fuggite, datele! Magari vincerà lui perchè è più forte e fa palestra, ma scommetto che voi qualche colpo riuscirete a darlo e vi assicuro che non vacillerà solo la convinzione del bastardo che voi siate donnicciole indifese, ma anche il vostro senso di inferiorità rispetto a quel prepotente. Le prenderete, forse, ma sarete più forti, soddisfatti di ciò che avete fatto e vi amerete di più.

Il mio non è un invito ad azzuffarvi col primo che capita, ma a non subire in silenzio. Gli omofobi dicono che non esiste l’omofobia e che quindi non è necessaria la legge Scalfarotto che rende più gravi i reati ad essa connessa? Bene, fatevi il piacere di smentirli con quattro sganassoni. Non abbiamo nulla di meno degli altri, anzi, ricordatevi che se vi offendono, insultano, picchiano è perché vi temono. Hanno paura di ciò che rappresentate ai loro occhi, in quanto sono insicuri della loro mascolinità e basta l’apparire di un modello di uomo (o donna) diverso da ciò che li rassicura per scatenare l’odio.

Voi la repulsione nei vostri confronti gliela dovete fare ingoiare. A parole, se vi offendono con le parole. Con due calci nel culo, se provano ad aggredirvi fisicamente. Non abbiate timore di una vendetta dell’omofobo di turno. Il più delle volte scapperà a gambe levate e starà zitto per vergogna, come fece il bullo che se la prese con me . Vi ignorerà e sorprendentemente vi rispetterà. E se per disgrazia chiamerà amici suoi e da bastardo vigliacco vorrà farvi picchiare dal branco, scappate e denunciateli.

Ricordate che noi non abbiamo nulla di meno di coloro che ci aggrediscono. Anzi, abbiamo un’arma in più, quella dignità che dobbiamo difendere ad ogni costo da chi ce la vuole togliere.

 

okcover

Quello di questa immagine è un volumetto contro bullismo e omofobia edito da RenBooks, e potete ordinarlo anche online. Ve lo consiglio come lettura (come tutti i libri della Ren) e anche come modo per dare un contributo semplice ma vero alla causa.

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6 pensieri riguardo “Non vergognarti mai (di ciò che sei e di rispondere con un pugno)

  1. Eri fuori dal tuo elemento naturale. Hai gettato la bici a terra e sei andato a combattere. Capisci? Hai gettato la bici a terra. Ecco, io alla tua eta’ la bici l’avrei gettata sulla sua testa. Capisci la differenza? Se non hai questo dentro, se non vedi l’arma e la getti a terra prima dello scontro, non combattere. Non e’ il tuo elemento. Chiama qualcuno che lo faccia per te.

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  2. Bellissimo post, ho immaginato la scena facendo il tifo! Non so se sia possibile dare quattro sganassoni a tutti quelli che lo meriterebbero, però riconosco che troppo spesso si è troppo passivi davanti a certe provocazioni. Quando ci sono, perchè fortunatamente ne sento sempre di meno attorno a me.

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    1. Non bisogna picchiare tutti quelli che lo meritano… per carità, violenza gratuita mai, bisogna rispondere (per difesa, certo) a chi ci crede incapaci di un sussulto di orgoglio. Come osi malmenarmi perché omosessuale? Chi ti dà il diritto di ledere la mia dignità? Visto che questa gente comprende solo il linguaggio fisico è giusto e doveroso utilizzare lo stesso. E’ una questione di comprensione. Provi a picchiarmi? Imparerai che so darle anch’io e forse sono pure più forte. Ribadisco che questa logica può funzionare in un discorso one-to-one, davanti ad un branco si fugge e si ricorre comunque all’autorità costituita.

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