#5coltellate: Giulio dei giovani

Vi voglio raccontare cinque storie di sacerdoti alle prese con i loro demoni e una morale cattolica che porta a nascondere piuttosto che affrontare.

Sono cinque storie vere di cui sono venuto a conoscenza o che ho in qualche modo vissuto. Non vi dirò mai quali riguardano da vicino me o persone che si sono confidate, perché fortunatamente sono vicende ormai concluse, sepolte nella memoria di chi le ha affrontate da lunghi anni di cambiamenti e lotte. Tutte le situazioni e i personaggi inoltre sono romanzati, è impossibile ricondurli a qualche fatto specifico anche conoscendomi personalmente.

Sono #5coltellate al perbenismo ecclesiastico e a quella morale sessuale che distrugge e non costruisce, alle menzogne che provocano danni a volte irreparabili. Io non giudico nessuno e mi limito a narrare, perché credo che in fondo tutti siano vittime di un sistema che è malato al suo interno e preferisce non saperlo.

Questa prima coltellata è particolarmente dolorosa, anche se forse meno profonda di altre che in futuro racconterò.

Potete leggerla sul bog, o scaricare i files epub o pdf che troverete.
Mi farebbe piacere se commentaste qui o su Twitter, con l’hashtag #5coltellate.

#5coltellate

Giulio dei giovani

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Giulio usciva la mattina prestissimo. Indossava la tuta costosa regalata da quell’anziana perpetua che lo trattava come un nipote, inforcava la sua bici da corsa e percorreva una cinquantina di chilometri. Albeggiava quando imboccava le strade deserte che dal suo convento nel centro della città lo portavano in periferia e infine in collina e tornava giusto in tempo per farsi una doccia rapidissima e correre in cappella per prendere il suo posto nel coro e iniziare le Lodi mattutine con i confratelli.
Dopo la preghiera comune ogni frate si dedicava ai propri impegni. C’era chi insegnava religione a scuola, chi curava la ricca biblioteca aperta agli studenti universitari, chi studiava perché richiesto come predicatore in numerosi convegni e conferenze. Giulio si occupava dell’apostolato con i ragazzi. Era l’assistenza dei gruppi del Rinnovamento e dell’Azione cattolica e spesso partecipava a raduni e campi estivi giovanili. Era apprezzato, perché diceva poche cose e si lasciava coinvolgere dai ragazzi. Poche prediche, tanto confronto e poi, ogni volta che era possibile chiacchierava individualmente. Era quello il suo segreto con i giovani, essere uno di loro.

Del resto, aveva pochi anni in più dei ragazzi dell’azione cattolica, era stato mandato in quel convento appena ordinato sacerdote e non aveva neppure completato tutti gli studi. Mancava qualche esame, ma non gli importava granché di prepararsi. Con quella faccia da eterno ragazzino coi capelli neri, sembrava davvero uno dei giovani che frequentava. Come quando doveva concelebrare insieme al vescovo la cresima di un gruppo che aveva seguito. Scese dall’auto di una famiglia che era andato a prenderlo in convento e appena si alzò in piedi in tanti applaudirono urlando “W il cresimando!!!”. Ci volle un po’ per far capire che lui sarebbe stato dietro l’altare e non davanti.

Quella mattina aveva appuntamento con uno dei ragazzi. Era strano Massimo, negli occhi un’eterna inquietudine e sulla bocca sempre un sorriso triste. Era di quelli con la battuta pronta, al limite del fastidioso, ma poi lo vedevi spegnersi improvvisamente, sguardo velato di malinconia, solitario e riflessivo. Tutti gli volevano bene, ma nessuno lo conosceva davvero. Solo Padre Giulio aveva avuto accesso al suo segreto. Era successo una notte di pochi mesi prima, l’ultima al campo estivo cui aveva partecipato come assistente ecclesiastico e quel ragazzo di appena diciannove anni si era avvicinato a lui e aveva iniziato a chiacchierare. Avevano parlato dell’escursione del giorno, poi di un aspetto del passo del vangelo di cui si era discusso in gruppo. Padre Giulio, solito sorriso, parlava con Massimo come se fosse un coetaneo e il ragazzo a un certo punto si fece serio e gli disse: “Con uno come te forse riuscirei anche a dire certe cose.”

“Se ti va di farlo sono qui.”

“Ma io credo che non mi capiresti. Che nessuno possa capire, allora non ci provo neppure. In fondo, sto bene anche così”.

“Se non ci provi non potrai mai saperlo. Che hai da perdere, in fondo?”

Massimo gli rivolse il suo sorrise triste e iniziò a raccontare.

2

Il ragazzo arrivò fin troppo puntuale. Doveva venire verso le 10 e suonò al campanello che erano solo le nove e trequarti. Lo fece attendere nel salottino, voleva terminare di recitare il rosario prima di incontrarlo. La preghiera ipnotica a Maria aveva il potere di calmarlo e ne sentiva un forte bisogno ogni volta che incontrava Massimo.
Quando Giulio aprì la porta della stanza adibita ai colloqui, dislocata in un’area isolata del convento, scrutò Massimo seduto sulla poltrona nell’angolo e ciò che vide non gli piacque per nulla. Aveva gli occhi rossi e gonfi di chi aveva pianto, capelli scompigliati e, come faceva quando era nervoso, batteva ossessivamente il piede destro a terra.

“Ehi, Max, che hai fatto?” gli disse sorridendo, intuendo già quale sarebbe stata la risposta.

“L’ho rifatto. Non ho resistito. Mi dispiace”, singhiozzò Massimo e poi si stropicciò gli occhi con le mani, come un bambino piccolo.

Giulio si fece serio, gli si sedette accanto e posò una mano sulla testa.

“Ehi, tranquillo, è normale cadere qualche volta. Ci vuole tempo, lo sai. Ne abbiamo parlato tante volte. Per tornare ad essere eterosessuale ci vuole impegno, preghiera, pazienza. Devi imparare questa terza cosa, tu!”

“Io vorrei non farlo, ci provo, ma i pensieri sono sempre in quel modo, anzi peggiorano sempre più. Altro che tornare, io mi sento alla deriva! Penso sempre a quel ragazzo che ho conosciuto e non riesco a non pensare a lui che fa la doccia accanto a me. E lì sotto mi viene … capito?”

“Guarda che puoi dirlo, siamo tra noi. Dimmi tutto.”

“Lì sotto…. Quando penso a quel ragazzo nudo, o a quel tipo dell’università che mi guarda sempre e la Vale dice che gli piaccio, mi viene duro. Più cerco di respingere quei maledetti pensieri gay e più questi diventano forti, e stamattina mi sono fatto una sega. Mi dispiace, mi dispiace tanto, ti ho deluso!”

“Ma che deluso!”, disse Padre Giulio, “vieni qui!”, e l’abbracciò. Sentì gli occhi inumiditi di Massimo sul suo collo, le braccia muscolose intorno al torace e il profumo fresco di bagnoschiuma mescolato all’odore della sua pelle di maschio appena uscito dalla pubertà. Ricambiò l’abbraccio carezzandogli dolcemente la schiena, mentre il suo uccello si induriva e lui temeva si potesse vedere l’erezione nonostante l’abito vaporoso da frate. Dopo quella sera al ritiro estivo si erano incontrati altre volte e avevano parlato di cosa vuol dire avere delle tendenze omosessuali. Anche se Massimo non aveva mai provato attrazione verso una ragazza non voleva dire che era destinato a vivere per sempre in quel modo innaturale. Giulio aveva comprato alcuni libri sull’argomento omosessualità e fede presso una libreria cattolica e leggendoli si era sentito rassicurato. Non era il solo a pensare che dall’omosessualità fosse possibile un ritorno alla normalità e lo spiegò a Massimo. Il ragazzo fu docile quando si raccomandò di impegnarsi a cambiare modo di ragionare, a non dare spazio a certe tentazioni,a ricercare amicizie virili e non ridicolizzarsi davanti ai compagni facendo il buffone. Solo così poteva scoprire davvero se stesso e recuperare quella dimensione eterosessuale che in un certo momento nel suo passato era andata perduta.

Stare a contatto con una realtà morale così delicata e leggere libri su quell’argomento avevano turbato profondamente Giulio. Si ripeteva che era impossibile non sporcarsi se lavori la terra, ed era solo per questo che quando era a contatto con Massimo provava eccitazione e un furore sessuale mai provati prima. Quel trasporto verso un giovane che si era affidato totalmente a lui era la conseguenza di un affetto che era al tempo stesso sincera preoccupazione, e il suo corpo reagiva in quel modo perché era stato “contaminato” da quei discorsi. Col tempo, tutto sarebbe andato a posto, lui avrebbe ritrovato il suo equilibrio e Massimo si sarebbe avviato verso l’unica vita possibile.

Anche quella mattina i due parlarono a lungo. Massimo era davvero dispiaciuto di aver peccato, e questo Giulio lo considerava un ottimo segno. Quando la coscienza si faceva sentire in modo così netto significava che il processo di conversione era in atto e la strada ormai imbroccata. Si trattava solo di camminare e far luce sul sentiero di questo pellegrino in cerca di una vita nella luce del Signore.
Confessò il ragazzo e gli diede come penitenza la recita del rosario prima di andare in palestra. Sicuramente Massimo avrebbe trovato giovamento nella preghiera e Giulio sapeva bene che il rosario era speciale. Lo diceva sempre anche il Papa.
Lessero di nuovo alcuni passi del libro di Terapia riparativa e Massimo confermò di riconoscersi nell’identikit dell’omosessuale descritto dal dottor Nicolosi. Come era scritto nel volume, anche lui come altri si era allontanato da suo padre, aveva perso confidenza con i genitori quando si era scoperto attratto dai ragazzi e sua madre era diventata sempre più opprimente e fastidiosa. Chissà se era stato violentato da bambino come tanti altri nella sua condizione e non lo rammentava? E’ provato che tanti casi di persone con tendenze omosessuali hanno subito abusi da piccoli. Non riusciva a vivere serenamente neanche il rapporto con gli altri e da quando aveva concluso il liceo era sempre più chiuso in se stesso. Non frequentava nessuno se non questa Valentina, amica fin dalla scuola media e i ragazzi del gruppo giovani del convento, con i quali ogni settimana si affrontava un tema diverso e se ne discuteva insieme con l’aiuto di Giulio.
Quando l’estate prima Massimo si era confidato con il sacerdote aveva già avuto incontri sessuali con altri uomini. Si contavano sulla punta delle dita fortunatamente, i sensi di colpa infatti gli avevano sempre impedito di incontrare nuovamente quelle persone, ma era stato necessario mettere subito uno stop a quelle pratiche pervertite. “Quando fuggi da loro è la tua coscienza, la voce di Dio che ti parla. Fai bene ad ascoltarla, ti fa capire che devi rifuggire questo tipo di incontri” aveva detto Giulio a Massimo e lui ci aveva creduto. Giulio sentiva che quel ragazzo si era affidato completamente a lui per la sua guarigione e avvertiva il peso di questa responsabilità. Era la prima volta, infatti, che un giovane gli confidava così apertamente la sua omosessualità.
Le tendenze omosessuali erano un problema, una sorta di malattia dalla quale si poteva uscire. Ne era convinto. Giulio sapeva che trattando quegli argomenti delicati avrebbe subito anche lui delle conseguenze. Questo strano affetto e la reazione fisica al contatto con lui erano la prova che quel peccato era contagioso. Doveva fare in modo di controllarsi e contenersi.

Giulio congedò Massimo e questi l’abbracciò ancora. Gli disse un flebile “grazie” nell’orecchio, e il fiato caldo del ragazzo provocò l’accelerazione improvvisa del battito del cuore. Giulio non resistette e gli diede un piccolo bacio sulla guancia ispida. Poi lo spinse via, subito pentito di quel gesto: “Dai, scemo, vai a studiare, che hai l’esame tra un po’! E fatti quella barba, che stare in ordine ti fa essere più forte.”
Massimo sorrise, si accarezzò la guancia. Non era la prima volta che Giulio lo baciava. Una volta sui capelli, un’altra su una mano. Un amico dimostra  anche fisicamente il proprio affetto disinteressato e di Giulio si poteva fidare. Quelli erano baci puri d’amicizia, gli aveva detto il frate.
Massimo tornò a casa convinto ancora una volta che il percorso che lo poteva condurre all’eterosessualità era giusto e inevitabile. Giulio e quel medico, Nicolosi, avevano ragione, per colpa dei suoi genitori e della sua sensibilità era diventato gay da adolescente ed era cresciuto radicando quelle sensazioni sbagliate che avevano corrotto il suo essere un uomo normale. Ma si era in tempo per tornare indietro, la strada la conosceva Padre Giulio, lui sapeva come il cambiamento sarebbe avvenuto anche se Massimo non provava nulla verso le ragazze. Il frate l’aveva rassicurato: “Non è la lussuria che devi provare per una donna, quella è concupiscenza, è sempre sbagliata. Tu sei in cerca di qualcosa di più bello, dell’amore e quello arriverà anche se ora non puoi saperlo perché non lo conosci ancora”.

3

Giulio andò in cappella. Si inginocchiò davanti al Santissimo. Doveva pregare, perché aveva peccato ancora. Stava confondendo la fiducia di quel povero ragazzo con qualcos’altro, si era lasciato sorprendere ancora una volta.
E’ una tentazione, vero? Questo è il diavolo che vuole rovinare l’opera di Dio. Lui cerca di aiutare Massimo, di salvarlo dall’influsso del Maligno e questi si mette in mezzo e contagia Giulio.
“Io non ho mai avuto dubbi su di me”, si disse mentre guardava l’ostia consacrata esposta dentro l’ostensorio dorato, “sono sempre stato lontano da queste cose, sempre attento a non farmi coinvolgere. Un cristiano vero”. Anche da adolescente aveva rifiutato qualsiasi tentazione di masturbarsi, guardare immagini sconce coi compagni e lasciarsi andare a pensieri impuri. Era sempre stato moralmente irreprensibile, tanto che quella volta che sorprese dei ragazzi a spulciare una rivista porno corse dalle loro madri a fare la spia. Entrare in convento fu un passo naturale, conosceva bene fra’ Antonio. che frequentava spesso casa sua e  si trovò benissimo ai ritiri spirituali ai quali lo invitò. Appena terminata la scuola superiore scelse di entrare come novizio e poi iniziò il percorso come frate e sacerdote. Era stato tutto lineare, senza ostacoli ed era convinto che il fatto che non aveva mai avuto istinti sessuali e aveva rifuggito qualsiasi tentazione in merito era grazie alla protezione di Dio che aveva riservato a lui un cammino speciale, quello della vocazione sacerdotale.

Era stato tutto così per Giulio per tanti anni, nessuna tentazione verso le donne e tantomeno verso i maschi. Lui si sentiva pienamente uomo, ma distante dalle passioni di cui erano schiave tante persone. Il primo segnale di un cambiamento  c’era stato l’inverno prima, quando partecipò ad un pernottamento con il gruppo dei giovani del sabato. Dopo l’incontro e la Messa si andò tutti insieme in montagna, per mangiare in un ristorante e poi dormire nella baita di uno dei ragazzi. C’erano solo due stanze e si doveva dormire per forza tutti insieme coi sacchi a pelo. Oltre a Giulio c’erano cinque matricole universitarie che si scambiavano battute e cantavano canzoni al suono della chitarra. Il frate aveva partecipato volentieri, socializzare e stare con quei ragazzi appena ventenni era il modo migliore per essere un testimone della fede che stavano ancora cercando.

Nel cuore della notte fu svegliato dal suono di due ragazzi che bisbigliavano tra loro. Dovevano essere Andrea e Luca, quei due erano sempre insieme, amici per la pelle. Non volle rimproverarli, Giulio voleva assolutamente evitare di fare il rompiscatole. Sperava che quei due ci dessero presto un taglio e si addormentassero. Tenne comunque l’orecchio teso, pronto a richiamarli all’ordine se avessero continuato. La luna era piena e dalla finestra senza imposte filtrava un raggio indebolito dai rami dei pini. Non vedeva che sagome nell’oscurità. Sgranò gli occhi quando vide una delle due figure sgusciare fuori dal sacco a pelo e sentì il rumore di una zip. Uno dei ragazzi si era sdraiato sull’altro e il bisbiglio aveva lasciato il posto a sussurri, piccoli gemiti e allo schiocco di piccoli baci soffocato dai tentativi di coprirsi con la stoffa dei sacchi. Poi alla debole luce lunare vide che il ragazzo che stava sopra aveva iniziato a muoversi ondeggiando e inarcando la schiena a ritmo regolare.
Giulio rimase impietrito. Iniziò a sudare freddo e a sentire un calore umido all’inguine. Fu travolto dai sensi, il cazzo duro e bagnato, che spingeva nelle mutande e una vertigine in testa che lo faceva come fluttuare nel vuoto. Voleva chiudere gli occhi, ma non ce la faceva, era ipnotizzato da quella scena. Gli altri tre ragazzi non si muovevano, dormivano saporitamente e quei due, uno sull’altro, non sospettavano che lui li stesse scrutando nel buio di quella stanza. Senza rendersene neppure conto scivolò con la mano sotto il pigiama e afferrò il suo sesso gonfio. Non si era mai masturbato prima e non voleva farlo anche se gli faceva quasi male per quanto era rigido. Provo semplicemente a stringerlo forte, ma non era sufficiente e mosse lentamente la mano su e giù. Bastarono un paio di lente manate e poi avvertì una sensazione sconosciuta che partì dal pene e attraversò come una forte scarica elettrica tutto il corpo. Spalancò la bocca e si morse la spalla per non emettere suoni, mentre il sesso si contraeva involontariamente e la sua mano si bagnava di qualcosa di caldo e denso.

Quella era stata l’unica volta in cui aveva peccato. Era un’occasione non voluta e non cercata. Il prete da cui si era confessato il giorno dopo, appena tornato in città, minimizzò l’episodio: “Siamo uomini  fortunatamente non  abituati a questo tipo di spettacolo. Può capitare, non sei colpevole se non di aver lasciato che quei ragazzi copulassero contro natura come due bestie. Ma si comprende anche il tuo imbarazzo ad agire…”.
Giulio infatti non aveva detto nulla a Luca e Andrea. Aveva tolto la mano dal suo pene, se l’era asciugata sul sacco a pelo e aveva chiuso gli occhi che erano inondati di lacrime. Aveva iniziato a pregare e si era addormentato recitando un Ave Maria.

Doveva salvare Massimo. Lui era diverso da tutti gli altri, era speciale e non poteva sopportare l’idea che si concedesse in modo insano ad altri uomini. Lui non doveva fare come Andrea e Luca, lui era migliore di loro. Era fatto per l’amore vero Massimo, non per quello schifo che chiamavano sesso gay. Se l’avesse aiutato a tornare eterosessuale avrebbe dimostrato che tutto ciò in cui aveva sempre creduto era giusto. Ed era importante anche per sé stesso, se quella missione fosse riuscita avrebbe dimostrato che il suo affetto per il giovane era puro e non sporcato da altre intenzioni.
Padre Giulio si alzò e uscì dalla cappella. Ricordare l’episodio della montagna e pensare a Massimo aveva riacceso i sensi. Non voleva restare in quella condizione davanti all’ostia consacrata. Si diresse nella sua camera, provava il forte desiderio di stringere forte il suo pene come quella notte della baita e riprovare quelle sensazioni. Avrebbe voluto avere Massimo vicino in quel momento, abbracciarlo ancora e sentire il suo profumo. Poteva chiamarlo. Un sms e lui avrebbe lasciato il libro e sarebbe arrivato da lui. Avrebbe trovato una scusa per abbracciarlo e accarezzare i muscoli della schiena, lasciare che quei pettorali si appoggiassero ai suoi e magari poteva sfiorargli le labbra con le sue, perché un bacio è un bacio ovunque lo dai, sulla mano, la testa, in bocca.
Il pene era un maglio d’acciaio. Gli girava la testa. Entrò nella sua camera e si sedette sul letto spingendo le mani sulle orecchie. Era il diavolo che lo tentava, non Massimo, e lui ci stava cascando in pieno.
Una doccia. Ci voleva una doccia gelata per fermare quei pensieri orribili e liberarsi dal demonio che era entrato in lui.

4

Massimo era in camera sua. All’esame di diritto privato mancava solo una settimana e lui era indietro. Non si sentiva pronto, ma avrebbe tentato lo stesso. Così magari poteva incontrare quel ragazzo che lo fissava sempre. Valentina gli aveva detto che si chiamava Fabio, l’aveva saputo da una sua amica che lo conosceva bene.
“Ma che mi metto a pensare!”, mormorò tra sé e sé, “questo è proprio il genere di cose che Giulio ha detto di non fare…”. Eppure quel compagno sconosciuto non lo lasciava indifferente. Non voleva accettarlo, ma era così e lo sapeva. Quando era a lezione e Fabio era seduto dietro sentiva i suoi occhi puntati come fari su di lui e spesso si voltava per vedere se davvero lo stesse guardando. Anche se Fabio non lo stava fissando ed era concentrato sul prof., appena si accorgeva che Massimo si voltava lo cercava con gli occhi. Non si erano mai parlati ed era un bene. Al posto di quello studente presto ci sarebbe stata una ragazza, lui si sarebbe lanciato con lei e tutto sarebbe andato come doveva. Non riusciva a spiegarsi come e quando ciò potesse avvenire, ma Giulio ne era convinto e non aveva motivo di dubitarne.

Bip Bip. Un messaggio. Sarà Giulio? O la Vale per chiedere come va con lo studio?

Prese il cellulare. Numero sconosciuto. Lesse.

“Ciao, sono Fabio. Scusami, ho chiesto stamattina il tuo numero a Valentina, la tua amica. Spero di non disturbarti, volevo sapere come eri messo per l’esame. Ti va un caffè in facoltà nel primo pomeriggio? Magari poi si ripassa insieme. Fabio”

Massimo divenne rosso. Lasciò cadere il telefono sul libro di diritto privato come se scottasse. Fabio aveva scritto. Fabio voleva vederlo, voleva conoscerlo. Quel bel ragazzo con gli occhi intensi che gli bucavano la schiena chiedeva a lui se potevano farsi un caffè insieme e poi studiare. Cioè, era interessato proprio a lui. Che doveva fare? Non poteva incontrarlo, rischiava di rovinare tutto il cammino fatto con Padre Giulio e lui si sarebbe arrabbiato di brutto stavolta.
Doveva chiamarlo, chiedergli consiglio. Rimase con il cellulare a mezz’aria, numero di Giulio selezionato senza pigiare il tasto Call. Massimo pensò che il sacerdote gli avrebbe detto sicuramente di rispondere scrivendo che era dispiaciuto, ma non poteva andare in facoletà e di lasciar perdere. Non doveva cedere alla tentazione. Quelle emozioni, quei desideri erano peccato e bisognava rifuggire da essi. Eppure Massimo pensò che aveva una gran voglia di conoscere questo Fabio, ascoltare la sua voce e guardarlo negli occhi. Aveva il cuore che batteva forte e sentiva le formiche nelle braccia. Si sentiva euforico come mai prima. Quel semplice sms gli aveva fatto mancare il fiato e dato energia. Non voleva rovinare quel momento con la tirata d’orecchi che Giulio gli avrebbe riservato. Massimo voleva prolungare quella sensazione di benessere il più a lungo possibile. Voleva incontrare Fabio. Prese il telefono e rilesse il messaggio del compagno di università. Digitò “rispondi” e scrisse: “Ok, arrivo verso le due. Ci vediamo al bar? Prendo volentieri quel caffè con te. Massimo.”
Senza pensarci due volte premette Invia. Era fatta. Ci andava. E a Giulio non avrebbe detto nulla. Tanto era solo un caffè, mica un film porno.

Il sole era già sceso da un pezzo quando Massimo tornò a casa. Aveva passato tutto il pomeriggio in facoltà con Fabio. Dopo qualche minuto di imbarazzo davanti al caffè, seduti uno di fronte all’altro ad un tavolino tondo del bar dell’università, i due si erano sciolti parlando dei professori, di quello col tic di alzare continuamente le sopracciglia, e di quella che si toccava sempre la tetta destra mentre spiegava. E avevano iniziato a ridere. Massimo non aveva mai visto Fabio ridere e si era emozionato quando aveva scoperto i suoi denti bianchissimi.
Presto il caffè era finito, ma loro avevano continuato a parlare. Dai professori il discorso era passato ai compagni, fino a scivolare pian piano sul personale. Fabio aveva detto con candore che lui l’aveva detto ai genitori a quattordici anni e loro avevano passato una serata a parlarne insieme. Lo avevano sempre appoggiato e continuavano a farlo.

Massimo non aveva capito: “Ma cosa gli avevi detto, scusa?”

“Che sono gay!” disse Fabio sgranando gli occhi.

“Davvero?”

“Certo, perché i tuoi non sanno niente di te?”

Massimo divenne rosso, abbassò lo sguardo. Voleva dirgli che lui non era affatto gay e che Padre Giulio diceva che presto avrebbe avuto una ragazza e si sarebbe dimenticato dei maschi. Esisteva una terapia ripartiva per aggiustare ciò che era rotto in lui e magari Fabio poteva essere interessato a fare un cammino insieme.

Ma non gli disse nulla di tutto ciò. Alzò lo sguardo, gli sorrise e rispose nel modo più semplice possibile.

“Sai Fabio, con i miei non ho confidenza. Non gli ho mai detto nulla, magari un giorno lo farò”.

Dopo cena Massimo andò di filato in camera sua. Non aveva voglia di guardare la tv con i suoi e preferiva rimanere da solo. Disse loro che doveva studiare, ma il libro di diritto privato era ancora chiuso.
Era stato bene con Fabio. Avevano chiacchierato e poi anche un po’ studiato. Lui gli aveva ripetuto il capitolo del negozio giuridico e il compagno la parte dei diritti di successione che lui aveva letto una volta sola.

L’indomani mattina avevano appuntamento alle nove in facoltà e avrebbero pranzato insieme. Massimo era felice, quello era stato probabilmente il miglior pomeriggio da quando aveva memoria. Era più che semplicemente contento, era entusiasta, perché Fabio era meglio di qualunque sogno avesse fatto su di lui. Era simpatico, aperto, interessante e, cazzo, bello da morire. Quel pomeriggio erano stati qualcosa di più che amici, una specie di vortice di emozioni che non sapeva decifrare ma che voleva continuare a sperimentare per vedere dove poteva portare.

Il suono del cellulare lo fece sobbalzare e distogliere da quei pensieri. Era un messaggio. Doveva essere Fabio, pensò Massimo. “Speriamo che non ci abbia ripensato per domani…”

Era Giulio. “Tutto bene? Non ti ho sentito oggi. Posso chiamarti?”

Da qualche settimana si sentivano più volte al giorno. Anche quattro o cinque nei giorni nei quali era più triste. In quelle ore invece non aveva pensato a Giulio neanche per un secondo e adesso Massimo non voleva proprio parlare con lui. Non desiderava condividere con lui l’esperienza di quel pomeriggio con Fabio, non poteva sopportare la distruzione del suo sogno da parte del prete. Era felice e sapeva che le sue parole potevano farlo piombare di nuovo nella tristezza. Doveva rispondergli, però. Non sapeva che sarebbe successo con Fabio, ma era certo di non voler condividere con il suo padre spirituale quello che stava vivendo. Dentro di sé aveva già maturato la decisione che l’indomani avrebbe spento il cellulare per concentrarsi sullo studio e ovviamente su Fabio. Padre Giulio poteva aspettare.

“Ciao. Ho studiato molto. Sono stanco. Ci sentiamo domani, magari. Buonanotte”.

Inviò quel Sms e attese la risposta di Giulio che arrivò dopo neanche un minuto: “Ok, piccolo. Riposati. Buonanotte, ti ho pensato molto oggi. Ti sono vicino”.

Massimo rilesse più volte quella risposta. “Piccolo”. “Ti ho pensato molto”. Giulio era spesso affettuoso con lui e finora non ci aveva fatto mai troppo caso. Pensava di far pena a quel sacerdote gentile e gli dispiaceva di dargli tanti grattacapi, ma ora leggeva in quelle parole qualcosa di più. Era come se le carezze e i baci di Giulio fossero fatti della stessa sostanza di quel pomeriggio con Fabio, ma ormai andati a male, avariati. Non avevano il suono dolce delle parole scambiate all’università, né il delicato profumo di tiglio dell’abbraccio di Fabio quando si erano salutati davanti ai rispettivi scooter. L’affetto di Giulio era un opprimente e nauseante odore di magnolia quando i fiori erano ormai appassiti e marcescenti. Era insopportabile, come l’idea di passare ancora lunghe ore a sentire quei discorsi di quanto fosse sbagliato quello che stava provando.

Bip. Un altro messaggio. “Basta Giulio, lasciami stare!”, disse con rabbia Massimo. Afferrò il cellulare, ora voleva scagliarlo con forza sul muro, ma sul display c’era scritto FABIO. Si fermò con la mano a mezz’aria. Era un suo messaggio.

“E’ stato bello stare con te,  oggi. Non vedo l’ora che sia domani”.

Massimo sorrise. Si sedette sul letto e lesse ad alta voce quel sms. “Domani, lui non vede l’ora che sia domani per stare con me. Proprio me. E’ assurdo, incredibile…”, disse pronunciando le parole ad alta voce senza rendersene conto, “… è fantastico!”.

Non sapeva come risondere. Scrisse una dozzina di bozze di messaggi, uno più strampalato dell’altro. Da un laconico “Buonanotte e a domani” a un generoso “Sono stato bene anche io con te”. Ma non era convinto.
Alzò lo sguardo incontrando il suo volto riflesso nello specchio appeso al muro della sua stanza. Non poteva essere lui quel diciannovenne con il sorriso stampato sulla faccia, gli occhi incredibilmente luminosi e le guance rosse. No, di solito lui aveva gli occhi con gli angoli rivolti in giù e aveva il colorito smunto e opaco di qualcuno appena uscito da una sfibrante influenza.

Eppure era proprio il suo la sua faccia quella che stava osservando e aveva quell’espressione perché pensava a Fabio, un ragazzo appena conosciuto che gli colorava le gote e faceva brillare gli occhi.

Abbassò lo sguardo sul cellulare e scrisse le prime parole che gli vennero in mente:
“Vorrei che domani fosse adesso, per poter averti di nuovo davanti”

E lo inviò.

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9 thoughts on “#5coltellate: Giulio dei giovani

  1. Hai una scrittura piuttosto fluida, anche se secondo me ci sono ampi margini di miglioramento. Leggendoti mi verrebbe da consigliarti di provare a scrivere qualcosa per un pubblico di giovani adulti (sempre a tematica gay).
    Infine, imparare qualche regola sull’editing non sarebbe male, specialmente se hai intenzione di auto pubblicare i racconti o proporli a qualche editore.
    Bravo, continua a scrivere. Aspetto il prossimo.

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  2. Come sempre riesci a descrivere le emozioni umane in un modo tutto particolare. Il racconto ha fatto riaffiorare in me situazioni similari. Bravo! Non vedo l’ora di leggere gli altri.

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  3. Caro Capitano, una domanda da approfondire: come mai la religione riesce ad avere un peso così potente rispetto persino al proprio modo di essere più profondo? Credo che se non indaghiamo questo aspetto, rischiamo di non capire e solo di giudicare chi vive il conflitto tra “legge morale” e “legge naturale”.

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  4. Alcune note “tecniche”: anch’io condivido il giudizio di Chagall e il suo incoraggiamento, ti aggiungo che a me ha lasciato particolarmente perplesso il diverso registro linguistico che hai usato (involontariamente?) nel descrivere i momenti legati all’ambiente ecclesiastico e quelli legati all’incontro tra i due ragazzi e più in generale quelli legati alla sessualità. L’impressione sgradevole che ho provato è stata quella di veder “relegati” questi ultimi aspetti al registro più volgare mentre al primo è associato quello aulico o comunque “alto”: personalmente avrei trattato entrambi sul registro “alto”, proprio per non dar l’impressione che sia sottesa una sorta di “scala di valori impliciti” che potrebbero finire paradossalmente con l’accreditare proprio quella visione artificiosa e perniciosa che il tuo racconto vuol palesemente (e giustamente, dal mio punto di vista) sbugiardare.
    Mi associo infine a Chagall nel consigliarti di curare decisamente meglio l’editing, è molto più importante di quanto tu possa pensare (la forma genera sostanza, ci hanno insegnato i semiologi strutturalisti). 😉

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  5. Leggevo il commento di Luigi, condivido in parte, ma ribadisco anche che il mio giudizio è positivo. Il mio voleva essere solo un’esortazione a fare meglio.
    E se posso aiutarti, sai dove trovarmi (via mail o su twitter in DM).

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