#5 coltellate: LEX

Sono passati un po’ di mesi dall’ultimo racconto pubblicato del ciclo #5coltellate ed è con colpevole ritardo che torno a pubblicare una storia su Chiesa, sacerdozio e omosessualità.

E’ stato difficile scrivere questo racconto. E’ per questo che ci ho messo tanto a pubblicarlo, ero indeciso sul testo, su alcune scelte stilistiche e più volte ho premuto i tasti “seleziona tutto” e “canc”. Quello che alla fine è venuto fuori è un ritratto spero accurato e credibile di un ragazzo che esiste davvero, perché anche questa storia come le altre di #5 coltellate sono vere, anche se ho cambiato nomi, situazioni e luoghi.

Come per il precedente episodio questa copertina è stata realizzata da @Fabiowhat, che ringrazio ancora una volta.

Il racconto è leggibile direttamente sul blog continuando la lettura, ma visto che è un po’ lungo vi consiglio di scaricare i file .epub o .pdf che troverete di seguito per una lettura più comoda sui vostri dispositivi. (se ci sono problemi con i file segnalatemelo, grazie!)

Sono graditi commenti qui, su Twitter o su tutti i social dove bazzico quotidianamente.

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1

I miei silenzi che vogliono urlare
li lego con una catena al fondo del mare.
Qui non c’è alcun modo di farsi sentire
puoi solo scappare oppure lasciarti morire.

La ripeteva in testa scuotendo leggermente il capo per memorizzare il ritmo. Voleva fosse l’inciso del nuovo pezzo e aveva scritto quei quattro versi sulla sua moleskine, registrato le parole con la melodia sull’iphone e ora cavalcava l’onda dell’ispirazione cercando il resto della canzone dentro di sé.

La gente si voltava quando lo sentiva arrivare, perché d’inverno calzava sempre degli scarponi pesanti e ogni passo era un tonfo sordo sull’asfalto.

Lui camminava veloce, stretto nella sua giacca militare troppo leggera e di almeno una taglia più grande che aveva trovato nell’armadio in cantina e che era appartenuta a suo padre.

Il cappuccio era tirato sulla testa per coprire i capelli che si rasava da solo. Mani in tasca e sguardo basso senza mai guardare niente e nessuno, ché lui non era davvero lì, i suoi sogni lo portavano lontano dalle vie del centro di Teramo.

I tonfi dei suoi passi erano il ritmo che ispirava versi e melodie, li cercava nei suoi pensieri e quando trovava una strofa che gli sembrava potesse funzionare si fermava in mezzo alla strada, tirava fuori dalla tasca il taccuino e la appuntava. Tornato a casa prendeva la chitarra e cercava di ritrovare quella musica. Spesso nasceva un pezzo da proporre al gruppo.

Alessandro Brizzolini, in arte Lex Brizzi era il frontman dei Mojo Pin, gruppo che nei sogni bagnati di quattro diciassettenni di provincia doveva essere la più importante cover band italiana di Jeff Buckley. Un gruppo capace di scrivere e proporre anche pezzi originali.

Da due anni i Mojo Pin suonavano insieme nel garage di Marco, nome d’arte Marko, il batterista, e si erano esibiti in quasi tutti i pub della provincia che avevano un po’ di spazio per montare gli strumenti e che offrivano disponibilità. I Mojo Pin non erano male, lo dicevano tutti, ma la musica di Buckley era difficile, tanti teramani non lo avevano mai neppure sentito nominare. Molti apprezzavano invece i loro pezzi inediti, canzoni spesso lente, introspettive, delle nenie accompagnate dalla voce profonda e roca di Lex, che stava maturando sia come interprete che come autore.

Da qualche settimana non riusciva a concentrarsi per studiare. Negli ultimi giorni non ci provava nemmeno e dopo pranzo usciva di casa senza dire niente a nessuno, si infilava per le vie secondarie del centro storico e poi discendeva fino al lungofiume, dove camminava a passi svelti per il sentiero che costeggiava il torrente. Il centro di Teramo era circondato da due corsi d’acqua, entrambi diventati i parchi preferiti da persone che correvano, portavano a spasso il cane o di coppiette che si infrattavano in cerca di intimità. Uno dei due parchi era in realtà una lunga pista ciclabile immersa nel verde. Era il più isolato, frequentato d’estate solo da chi corre, mentre d’inverno era deserto.

Lex camminava veloce sul sentiero, cappuccio in testa per coprire dal freddo la testa rapata e occhi fissi sulle scarpe. Dopo un paio di chilometri a passo svelto raggiungeva una piccola radura con qualche panchina e un tavolino sotto una quercia e si fermava lì, accoccolandosi tra tavolo da picnic e panchina, e stringendo le gambe magre al petto per scaldarsi. Ascoltava la musica, provava a scrivere, guardava la natura in letargo, mentre il sole rapidamente scendeva dietro la collina.

Quel giorno era sdraiato sulla panchina scaldandosi nel tiepido sole di fine febbraio, leggendo il libro Il giorno dei Trifidi di John Wyndham quando il cellulare che aveva in tasca vibrò. Infilò con estrema lentezza la mano ed estrasse lo smartphone. Attese qualche secondo prima di leggere il messaggio, guardò, quindi pose il telefono sul tavolo, chiuse gli occhi e schiacciò il libro aperto sul viso sospirando contro le pagine profumate di inchiostro.

2

Stille di dolore spillano
dai pori e si riversano
sul pavimento freddo.
Inutile angoscia che ruba
la gioia e si disperde
in un urlo violento.
Ho rubato un gioiello per sporcarlo
con il nero triste della notte
e dimenticarmi di averlo perduto.

(Ho rubato un gioiello, Mojo Pin)

Il sabato pomeriggio e la domenica Lex lavorava per una piccola emittente televisiva privata come cameraman. Dava una mano per qualche servizio in esterna e all’occorrenza collaborava con la messa in onda dei telegiornali. Se uno dei dipendenti era in ferie o a casa malato, il proprietario della tv, un amico d’infanzia di sua madre, gli faceva una telefonata e lui andava. Aveva sempre avuto una grande passione per i computer, per questo era stato naturale iscriversi all’istituto tecnico con indirizzo per programmatori, e aveva imparato a usare bene i programmi per il montaggio video.

Qualche settimana prima di ricevere quel sms, durante il pomeriggio assolato al parco fluviale, Lex doveva realizzare le riprese per un filmato sulla vita in un monastero femminile. La tv sarebbe stata pagata dalla Curia per realizzare il video da trasmettere ad un incontro regionale vocazionale e lo stesso servizio poteva poi essere inserito nel palinsesto televisivo.

Il proprietario dell’emittente televisiva, il sig. Dell’Edera aveva chiesto a Lex di andare a casa del sacerdote che organizzava l’incontro insieme a Marina, la giornalista che avrebbe intervistato le monache. Era importante la presenza del ragazzo, perché c’erano indicazioni precise su cosa avrebbe potuto riprendere e cosa non doveva assolutamente inquadrare.

Quando andarono a casa del sacerdote furono accolti molto cordialmente nella canonica della sua parrocchia. Era un appartamentino ricavato sopra l’oratorio, con ingresso da una porta sul retro. Si saliva una rampa di scale e si entrava in una piccola sala con angolo cucina.

Aprì la porta un uomo sulla quarantina, ben portati, magro e con un sorriso aperto. Indossava dei jeans scuri e un maglione nero aderente su una camicia grigia.

«Sono Don Aldo, accomodatevi pure», disse stringendo calorosamente la mano a Lex e Marina.
Li invitò a sedersi e offrì loro un caffè che il ragazzo rifiutò. Mentre don Aldo armeggiava con la moka iniziò a chiacchierare con Marina sulle attività dell’oratorio. Lex intanto si guardava intorno. La stanza era arredata con semplicità e se non fosse stato per un crocifisso appeso alla parete e lungo almeno trenta centimetri , un calendario con immagini mariane e un rosario di madreperla appoggiato su un mobile non sarebbe stata dissimile da quella di qualsiasi altra sala da pranzo in una casa qualsiasi. Sulla parete di fronte al divano c’era un mobile tv e delle mensole ricolme di libri. La sua attenzione fu attratta da alcune cornici argentate con delle foto. Tutte ritraevano gli stessi soggetti. Uno era don Aldo, si riconosceva anche se sembrava un po’ più giovane e con le tempie meno imbiancate. L’altro era un ragazzo molto giovane, avrà avuto sui venticinque anni . Quel ragazzo era presente in tutte le foto, a volte con don Aldo, altre volte da solo. Sorrideva sempre.

Marina bevve il suo caffè, poi tirò fuori il taccuino e iniziò a prendere appunti per il servizio. Don Aldo nel frattempo prese un sedia e si sedette davanti a loro. Spiegò che dovevano realizzare un video di una quindicina di minuti sulla vocazione monastica. Marina avrebbe posto le domande a suor Assunta, che però non sarebbe mai stata inquadrata in viso e l’intervista doveva avvenire solo attraverso una grata.

«Quindi non la devo mai riprendere?», chiese Lex interrompendo il prete.

«Non direttamente. Puoi farle qualche ripresa di spalle, a lei e alle altre monache. Magari mentre recitano il rosario in chiesa. Ma sempre e solo attraverso la grata che le separa dal resto del mondo. Il tuo compito è proprio mostrare com’è la vita delle sorelle, fatta di silenzio e preghiera. Potrai riprendere il monastero naturalmente, l’orto, il chiostro, ma non la parte della clausura dove vivono le monache»

«Spero di farcela…»

«Sono sicuro che farai un ottimo lavoro», disse con dolcezza don Aldo allungando una mano e accarezzando il ginocchio di Lex.

Il ragazzo prese dalla sua giacca la moleskine e appuntò le indicazioni che gli aveva dato il sacerdote, che riprese a concordare con Marina le domande da porre alla monaca. Con la coda dell’occhio il sacerdote indugiava spesso su Lex, si soffermava sul viso magro con quella barbetta acerba che spuntava orgogliosa, sugli occhi grandi, così concentrati sul taccuino, sulle mani affusolate e bianche, così frenetiche nello scrivere e sulle gambe avvolte in jeans stretti che terminavano in due scarpe troppo grosse per essere sollevate da quel corpo così magro.

Il sacerdote telefonò al monastero per parlare con la madre superiora e poi si fece passare suor Assunta. Convennero per una visita di domenica pomeriggio così, dopo l’intervista e le riprese, Lex e Marina avrebbero potuto fermarsi anche per riprendere la recida del rosario e la santa messa. In questo modo ci sarebbero state scene in più da poter montare sull’audio dell’intervista alla religiosa.

Al momento dei saluti don Aldo si rivolse al ragazzo: «ti occuperai tu del montaggio?»

«Penso di sì», rispose titubante Lex guardando Marina, che nel frattempo assentiva. Per una lavoro del genere di sicuro non avrebbe fatto perdere tempo a uno dei tecnici che lavora ai suoi servizi per il Tg.

«Quando hai montato il tutto potresti farmi vedere il servizio, così lo verifichiamo insieme»

«Ma sarebbe magnifico!», esultò Marina, «così lei può dargli tutte le indicazioni per il montaggio, tagliare le parti che non sono state girate bene e tenere solo le migliori.»

«Non intendevo questo, sono sicuro che Alessandro farà delle ottime riprese. Voglio solo assicurarmi che le domande e le risposte non vadano fuori tema. Il nostro è un incontro vocazionale, non un’inchiesta televisiva»

La giornalista si sentì punta sul vivo, cambiò espressione arricciando le labbra e divenne molto formale, mentre congedava il sacerdote. Lex non disse nulla, ma apprezzò don Aldo, che allo stesso tempo aveva difeso lui e ridimensionato Marina.  Quel prete era simpatico.

3

Dopo il pomeriggio con le monache Lex aveva accumulato circa due ore di girato. Mentre Marina prendeva confidenza con suor Assunta scambiando qualche frase di circostanza prima dell’intervista, lui riprese l’orto nel retro del monastero, il giardino con rose e fiori e piante da frutto, l’ingresso con il grande portale, la chiesa e cercò di accumulare più immagini possibili che avrebbe usato poi come copertura dello speech.

L’intervista si svolse in una stanza chiamata parlatorio. La monaca era dietro una grata a maglie larghe che ricordò a Lex una di quelle prigioni americane che si vedono in tv, dove lo sceriffo di turno rinchiude qualche ubriaco per la notte. Nella stanza divisa dall’inferriata c’erano solo le sedie per gli ospiti, un tavolino, un paio di immagini sacre appese alle pareti bianche e un vaso con dei fiori freschi che emanava un odore intenso e fastidioso. Sentirono cigolare una porticina che dalla loro posizione non si vedeva e spuntò questa monaca vestita di nero, magra e dal viso bianco. Salutò gli ospiti sorridendo con voce sottile e si sedette con la schiena dritta su una sediolina di legno pieghevole posta proprio davanti alla grata. Gli occhi erano punte di spillo che passavano da Lex a Marina attraversandoli e mettendoli in imbarazzo. La prima cosa che ricordò al giovane operatore fu di non riprenderla mai in viso. La giornalista sistemò il microfono e il ragazzo chiese se poteva almeno inquadrare le mani. Andava bene. Puntò la telecamera su quelle bianche estremità che stringevano un rosario di legno consunto e pensò che sarebbe stato un ottimo dettaglio da considerare come base sulla quale inserire poi altre immagini.
Dopo l’intervista Lex riprese qualche minuto del rosario e della messa facendo attenzione a inquadrare solo da lontano la chiesa con i fedeli e la grata che divideva i laici dalla clausura. Le monache che recitavano la sequela ipnotica di avemarie si intravedevano appena nella penombra, come una macchia indistinta di colore scuro.

Durante il viaggio di ritorno Marina era di cattivo umore.

«Ma tu dimmi se mi devono obbligare a fare queste cagate… per due soldi mi costringono a perdere un pomeriggio intero dietro a delle monache che non hanno niente da fare e sono piene di paranoie.
Ascolta Alessandro, non perderci troppo tempo a montare sto servizio. Prendi l’audio della suora così com’è e sbattici sopra un po’ di immagini a caso. Per i vecchi del loro convegno è pure troppo.
A proposito, vacci da solo da quel prete a fargli vedere il servizio, che non mi può proprio soffrire…»

Lex non le rispose, stava già pensando a come montare il video. A casa buttò giù una scaletta e poi in studio si mise al lavoro. Tecnicamente non era niente di troppo complicato, ma voleva che si cogliesse quell’atmosfera di pace e serenità che permeava il monastero e che lui aveva apprezzato.
Aprì il filmato con le campane che squillavano e il titolo che aveva scelto don Aldo: “La libertà nella clausura, la pace della preghiera”. Mentre scorrevano le immagini in esterna del complesso del monastero e della chiesa immersi nel verde si sentivano le parole della suora: “Questo è un luogo di pace. Noi siamo in pace, perché siamo al nostro posto, dove Dio ci ha chiamato a stare. Abbiamo una missione, diffondere la nostra pace nel mondo attraverso una vita di preghiera. Noi siamo come untori che diffondono un virus, l’Amore di Cristo per gli uomini.”

Il rosario, la messa, poi le mani candide della monaca che stringevano il vecchio rosario e lo accarezzavano come un gatto che fa le fusa e la sua voce morbida, che raccontava con semplicità cosa significava vivere in clausura. Lex aveva tagliato tutte le domande di Marina e lasciato solo le risposte di suor Assunta. Gli apparivano perfette così spontanee e sincere, mentre il timbro della giornalista era distante e professionale, un contrasto fastidioso che rovinare l’atmosfera. Ogni tanto la monaca scoppiava a ridere quando raccontava della vita comune: “qualcuno pensa che la nostra sia una vita triste, ma non è così, noi abbiamo anche momenti di gioia ed è importante condividerli con le sorelle. Al silenzio fa da contrappunto il momento comune che è un’esplosione di vitalità. Gesù è con noi nel silenzio e nel sorriso, anche quando qualche sorella organizza qualche scherzo…”

Come sottofondo scelse alcuni canti gregoriani, brani di pianoforte, e inserì Hallelujah di Jeff Buckley, il brano più popolare dell’artista omaggiato dai Mojo Pin.

Fu soddisfatto del risultato finale. Il video durava circa 18 minuti. Lo copiò su un dvd e poi mandò un messaggio a don Aldo per sapere quando passare da lui per farglielo vedere.

4

Inspirò profondamente l’odore di carta del libro. Poi si sollevò dalla panchina e afferrò con una smorfia di fastidio lo smartphone abbandonato sul tavolo da pic-nic. Il sole era appena tramontato e il calore stava svanendo. L’umidità del fiume si faceva strada sotto il giaccone verde militare di Lex, il quale sollevò le gambe contro il busto per non disperdere il tepore del corpo e non darla facilmente vinta al gelo di febbraio.
Col dito scorse tutti i messaggi arrivati da quello stesso numero. Erano decine. Alcuni anche nello stesso giorno, uno di seguito all’altro. Spesso si concentravano nelle ore notturne, ma per quelli c’era una soluzione semplice, bastava spegnere il cellulare. A volte, però lo sorprendevano al mattino, durante le lezioni, quando non sempre si ricordava di togliere la suoneria. Riusciva a riconoscere quando arrivava quel tipo di messaggio pur avendo lo stesso bip degli altri. Era una specie di sesto senso.

Qualche giorno prima, durante matematica era arrivato l’ennesimo sms.

«Ehi, ragazzi, spegnete quei cellulari o ve li sequestro…», disse il prof con voce rassegnata.

«Ma chi è che ti manda tutti questi messaggini», gli sussurrò Barbara avvicinandosi all’orecchio, «Te la fai con una e non mi dici niente?»

«Ma che cazzo dici… lascia perdere…», disse lui bruscamente alla compagna di banco e storica amica da anni. Lei allungò la mano sinistra sotto il banco e prima che lui se ne accorgesse riuscì a raggiungere e tirare fuori il suo smartphone.

«Vediamo che ti scrive questa ammiratrice…»

«Ehi, dammelo subito!», urlò lui. Il professore si voltò verso Lex.

«Brizzolini, siediti subito e stai zitto o ti sbatto fuori!»

Barbara, nascondendo il telefono sotto il suo banco lesse velocemente il messaggio appena arrivato. Sgranò gli occhi, ma non disse nulla e restituì l’oggetto a Lex guardandolo basita. Lui prese il telefono e non la guardò in faccia.

«Dopo mi devi dire tutto….», lo ammonì.

«Io non devo dirti proprio un cazzo di niente», sibilò lui.

«In che maledetta storia ti sei andato a infilare?»

5

Pago tutti i debiti che ho accumulato per questi venti secoli dietro di me.
Perdo nel sale
le monete che il tempo aveva posto nel cuore della mia ossuta esistenza.
Stringo un patto con il gioco del cuore, niente rumore, solo battiti muti.
Mi basta un motivo per tirarmi dentro il vero che sento come un lontano sospiro.
Solo così io vivo.

(Strategia di vita, Mojo Pin)

«Quindi è a don Aldo che devi far vedere il filmato»

«Sì, mamma, è lui che organizza questo convegno, mi deve dire se va bene così o no, se devo modificare qualcosa.»

Quella sera a cena la mamma si mostrò orgogliosa di suo figlio. Nonostante quei due orecchini e l’aria svagata da sognatore lo stava tirando su proprio bene. Educato e rispettoso verso di lei, bravo a scuola (non eccelleva, ma bisognava prendere ciò che il Signore donava, no?) e da un po’ faceva anche qualche lavoretto, come quello per il suo amico in tv. Dei soldi che guadagnava metà li dava a lei senza fiatare.
In ufficio aveva già detto a tutti che Alessandro avrebbe curato questo importante video per la diocesi e si vantava di quanto fosse stato bravo con le riprese. Tutto un altro tipo rispetto a Marzia, la prima figlia, che studiava giurisprudenza all’università ed era una ribelle. Si professava atea e aggrediva sempre sua madre sull’argomento fede, visto che lei era una fervente cattolica praticante.

Quanto era cambiata da quando cinque anni prima era morto suo padre, l’aveva presa proprio male. Alessandro, invece, dopo i primi mesi si era pian piano ripreso ed era tornato quello di prima. Quanto a lei, se non avesse avuto il Signore a sostenerla non ce l’avrebbe fatta ad accudire suo marito in quelle lunghe settimane nelle quali il male era diventato spietato e tutti sapevano che era solo questione di tempo.

La mamma si rivolse a Lex con un gran sorriso: «Parlano tutti bene di questo sacerdote. E’ molto colto e stimato in diocesi»

«Domani gli faccio vedere il video, speriamo che gli piaccia»

«Sono sicura che ti farà i complimenti, tesoro, tu sei così bravo…»

«Che due coglioni!», sbottò Marzia, «sono giorni che la menate con sta stronzata. Ma basta!»

«Marzia, smettila tu! Sei sempre polemica! Abbi rispetto per tuo fratello che sta facendo una cosa importante»

«Tra un po’ si fa prete questo qui. Che patetici»

Lex non rispose ed evitò di guardarla. Aveva imparato sulla sua pelle che la cosa migliore da fare con sua sorella era lasciarla perdere. Quando aveva quegli scatti di nervi bisognava solo aspettare che le passasse. Lui sapeva che lei in realtà gli voleva molto bene e lo appoggiava sempre. Era la prima fan dei Mojo Pin e in tante occasioni aveva portato i suoi amici alle loro serate.

Spesso, quando la sera vedeva la luce della sua camera accesa entrava e passava ore a chiacchierare con Lex del più e del meno. Lui si confidava con lei. Sicuramente più che con sua madre che finiva per ricondurre qualsiasi cosa alla fede. Bene o male, peccato e virtù, non c’erano altre opzioni, allora il ragazzo aveva imparato a mantenere con lei un rapporto di affettuosa formalità, senza mai mostrarsi davvero per quel che era.

Riguardo la fede non sapeva cosa pensare e non voleva porsi neppure il problema. Non era ateo come sua sorella, ma non credeva neanche a tutte quelle stronzate del peccato, dei miracoli e dell’ostia che in realtà era Cristo. Era un simpatizzante.

«A che ora vai da don Aldo? Magari ti accompagno io»

«No, ma’, vado dopo pranzo, tu sei ancora al lavoro a quell’ora»

«Va bene, allora», e allungò una mano per fargli una carezza sul viso. Marzia alzò gli occhi al cielo e aggrottò la fronte. Si morse il labbro per non dire nulla di sgradevole.

6

Il mio cuore è strano, non mi sa dire mai
se quel che faccio è giusto o sbagliato e se porta solo guai.
Ma stasera, tra i diamanti di questa città,
io mi alzerò senza vento e volerò.
Solo diamanti in mano ho ancora di te,
ma non ha senso stringerli senza riuscirti a trovare,
preferisco scomparire in questo intenso blu
o in un tramonto violento di un rosa accecante,
dietro queste montagne e questo silenzio
che smarrisce crudele il ricordo che ho di te.

(Diamanti , Mojo Pin)

Don Aldo accolse Lex con indosso una tuta da ginnastica nera dell’Adidas. Non dimostrava affatto i suoi quaranta, asciutto e ben definito com’era. Tantomeno sembrava un prete, con quel viso da attore e i capelli dal taglio moderno. Il ragazzo lo trovò ancora più simpatico dell’altra volta, quando davanti a Marina gli sembrò piuttosto formale.

Varcò l’ingresso della piccola abitazione, il sacerdote era nell’angolo cucina e gli stava rivolgendo un largo sorriso. Fece un cenno col capo.

«Ehi, Ale, ciao, vieni… vieni pure!»

«Buonasera don Aldo…», bofonchiò Lex un po’ imbarazzato, mentre entrava e chiudeva la porta dietro di sé.

«Sto preparando il caffè, ti va bene o vuoi qualcos’altro?»

«No, il caffè va benissimo!»

Quando il ragazzo raggiunse il sacerdote che stava armeggiando con la moka, questi gli diede una piccola gomitata in segno di saluto visto che aveva le mani impegnate. Accese il fornello, si asciugò in uno strofinaccio e poi guardò Lex negli occhi, appoggiando le mani sulle sue spalle.

«Eccoti qua! Allora, togliti il giaccone che intanto accendiamo il computer»

Don Aldo accese il portatile poggiato sul tavolo in mezzo alla sala. Lex fece scivolare la sua grossa giacca verde dalle spalle ossute e la appoggiò su una sedia.

«Allora, come è andata con le monache? Hai visto una realtà un po’ insolita per te»

«La suora è stata gentile. Io poi mi sono limitato a fare le riprese, è Marina che l’ha intervistata»

«Sì, lo so», disse il prete voltandosi per spegnere il fornello e versare il caffè in due tazzine.

«Comunque è andato tutto bene, adesso vedrà il risultato e se non va bene ci rimetto le mani»

«Come hai detto?», disse don Aldo accigliandosi.

«Che posso rimontarlo se vuole»

«No, ti prego, se mi dai del lei mi fai sentire vecchio… io ho solo 41 anni, eh?!»

Lex sorrise e si rilassò. Sì, era simpatico quel prete.  Bevvero il caffè, poi il ragazzo tirò fuori dalla giacca il dvd che aveva preparato, lo passò al sacerdote e videro insieme il video.

«Sono davvero senza parole»

«Se non va bene mi dici come farlo e io lo rifaccio. Tanto i filmati li ho tutti»

«Non hai capito, è perfetto!» Don Aldo strinse forte la spalla di Lex. «E’ incredibile come tu sia riuscito a mostrare la pace del monastero e la serenità della vita monacale. E suor Assunta è perfetta, l’hai fatta diventare una voce narrante. Io credo vada bene così, sul serio»

«Grazie». Il ragazzo era imbarazzato. Sapeva di aver fatto un buon lavoro, ma solo in base al suo gusto, aveva paura che per quell’incontro diocesano volessero un video più rigoroso, meno costruito. Ma don Aldo era entusiasta.

«Mi piace molto quella canzone, non conoscevo quell’alleluia»

«E’ di Jeff Buckley. La canto col mio gruppo»

«Ecco, lo sapevo! Sei un artista, ora si spiega tutto!»

«Ma che artista, don Aldo, magari…»

«Caro Alessandro, riconoscere i talenti che il Signore ti ha donato non è superbia, ma obiettività. Il tuo compito è metterli a frutto e da questo video mi pare tu ci stia riuscendo benissimo!»

«Grazie, lei… tu sei molto gentile»

«Ora ti devo confessare una cosa… dopo averti conosciuto l’altra volta ho chiesto di te al tuo parroco. Ero un po’ preoccupato. Ho visto questo ragazzino con gli orecchini, la testa rasata… Mi sono detto “non è che mi hanno mandato una specie di skinhead? Che mi combina dalle monache, questo?»

«…no, ma io non ho niente a che fare con quelle cose!», rispose Lex, concitato.

«Lo so, lo so. Il tuo parroco mi ha detto che sei un bravo ragazzo. E mi ha parlato anche di tua madre e di quello che vi è successo. Immagino sia stata dura per te e per tua sorella»

Aveva sempre evitato di parlare della malattia di suo padre.  Anche quando un insegnante tentava un approccio, un parente o addirittura il prete provava a entrare in confidenza con lui, si chiudeva e a parte qualche frase di circostanza erigeva un muro. Ciò che era accaduto veramente nelle settimane della malattia di papà era qualcosa da custodire gelosamente. Un dolore troppo grande da snocciolare con qualche pietosa confidenza e lacrime a buon mercato.

Quella di Lex era una famiglia che era stata spazzata improvvisamente via da un potente tornado a cui non ci si poteva opporre. Quando il padre iniziò a stare male Lex e Marzia ascoltarono dietro la porta dello studio del primario ciò che comunicò alla loro madre. La situazione era grave. La malattia era già in stato molto avanzato. Restavano poche settimane, tre mesi al massimo. Sentirono i singhiozzi sommessi e le parole di incoraggiamento e circostanza del professore. “Deve farsi forza per i figli”, “Lui ha bisogno di lei e della sua forza”. I ragazzi non dissero nulla, fecero finta di non sapere e la recita andò avanti fino a quando il papà fu ricoverato definitivamente e perse lucidità per gli antidolorifici che gli somministravano.
Accadde da un giorno all’altro. La sera prima, benché dimagrito e sofferente sorrideva ai figli e chiedeva loro della scuola e degli amici e il giorno dopo furono costretti a chiamare l’ambulanza per il ricovero. Dopo qualche ora perse conoscenza per non svegliarsi più.

Gli ultimi giorni lo portarono a casa. La mamma aveva voluto che si spegnesse nel suo letto, circondato dall’amore della sua famiglia. I medici avevano provato a spiegarle che ormai era del tutto inutile spostarlo, perché purtroppo non si sarebbe neppure reso conto di essere tornato a casa, ma lei insistette, era una specie di espiazione per una colpa che non aveva. La donna sentiva la necessità di essere al suo fianco e accompagnarlo in maniera totale. Un sacrificio che Lex non capì mai del tutto, ma che accettò. Anche lui voleva che papà si spegnesse a casa, era come se così restasse sempre con loro. Invece per Marzia fu un atto egoistico di sua madre. Lei voleva papà a casa per far vedere alla gente che si era sacrificata per lui e che era stata cristianamente eroica. Glielo rinfacciò tre giorni dopo il funerale. Fu il loro primo litigio serio. Lex lo affrontò nascondendosi in camera sua senza intervenire, lo spirito di papà era ancora lì e loro già si scannavano. Pianse in silenzio stringendo quella foto con papà di qualche mese prima, quella della camminata in montagna fino alla sorgente della luna. Da allora quella fotografia sgualcita era nel suo portafogli.

Aveva raccontato tutte queste cose a don Aldo senza accorgersene. Lui l’aveva ascoltato e a parte qualche monosillabo e cenno della testa non era intervenuto. Quando Lex si zittì con gli occhi lucidi e tristi lui gli appoggiò la mano su viso e con il pollice gli asciugò l’occhio destro dal quale stava scappando una lacrima. Gli sorrise gentilmente.

«Grazie di avermelo raccontato. Sei molto forte»

«Non sono forte. Mio padre mi manca tanto e spesso mi sento solo senza di lui»

«La tua forza sta in come affronti questa sofferenza. Che ti manchi è una testimonianza di quanto lui fosse stato un buon padre. Da quel poco che ho visto con te ha fatto davvero un buon lavoro»

Lex provò a sorridere. Si sentiva leggero. Era la prima volta in tanti anni che era riuscito a raccontare di sé. Alzò gli occhi e incontrò quelli del ragazzo di una delle tante foto sparse per la stanza che lo fissavano. Don Aldo se ne accorse.

«Anche lui come tuo padre è andato via»

«Un tumore?»

«No, un incidente. Me l’ha portato via una notte di pioggia. Aveva il brutto vizio di correre con la macchina. Sempre a più di cento all’ora, col sereno o col brutto tempo. Su qualunque tipo di strada. E’ scoppiata una gomma e lui ha distrutto il guardrail e poi è finito in un fosso. Il suo cuore ha resistito qualche ora, ma poi ha smesso di battere. Tu hai potuto accompagnare tuo padre, averlo vicino nei suoi ultimi giorni. Io l’ho saputo solo quando mi hanno chiesto di celebrare il suo funerale»

«Ma era … tuo fratello?», esitò Lex.

«No», sorrise tristemente don Aldo, «era… un caro amico. Come un fratello, un specie di fratello»

Rimasero in silenzio qualche secondo, poi il prete si alzò e accarezzò la testa del ragazzo.
«Ti ho fatto fare tardi. Immagino tu debba studiare»

«Sì, infatti è meglio che vada a casa». Lex prese il dvd. «Allora, mixo meglio i suoni, ho visto che in alcuni punti le musiche sono troppo alte rispetto alla voce. Poi faccio il rendering e te lo riporto».

«Sì, certo. Puoi portarmelo anche direttamente all’incontro se vuoi. Il video va fin troppo bene»

Lex si avviò verso la porta.

«Ascolta Alessandro, quando vuoi io sono qui. Ora che abbiamo rotto il ghiaccio sappi che per qualunque cosa sono disponibile»

«Io… non sono tipo da confessione o quelle cose lì»

«E chi ha parlato di confessione!» rise il sacerdote «oh, intendiamoci, mica mi rifiuterei, anzi. No, parlavo di chiacchiere, mi sembra che ci sia molto in comune»

Il ragazzo rise a sua volta. «Ma certo, con piacere».

Don Aldo improvvisamente lo abbracciò. Lex non ci era abituato e rimase con le braccia penzoloni, sorpreso. Sopportava a stento i gesti d’affetto della madre e non li ricambiava mai. Il sacerdote lo stringeva e a lui faceva stranamente piacere. Inspirò il profumo fresco di deodorante e quello dello shampoo dei suo capelli appena brizzolati sulle tempie. Fu incapace di ricambiare, con le sue mani era strette a pugno e inchiodate ai fianchi. Il prete lo liberò, gli sorrise, poi aprì la porta e gli disse un ciao cui lui rispose mentre stava già uscendo.

Scese le scale di corsa e quando fu fuori si accorse che il sole era già tramontato.

7

Looking out the door I see the rain fall upon the funeral mourners
Parading in a wake of sad relations as their shoes fill up with water
And maybe I’m too young to keep good love from going wrong
But tonight you’re on my mind so you never know
When I’m broken down and hungry for your love with no way to feed it
Where are you tonight, child you know how much I need it
Too young to hold on and too old to just break free and run
Sometimes a man gets carried away, when he feels like he should be having his fun
And much too blind to see the damage he’s done
Sometimes a man must awake to find that really, he has no-one
So I’ll wait for you… and I’ll burn
Will I ever see your sweet return
Oh will I ever learn
Oh lover, you should’ve come over
‘Cause it’s not too late

(Lover, you should’ve come over, Jeff Buckley)

Fu mentre cantava questo difficile pezzo che Lex si accorse che seduto a un tavolo c’era lui che lo stava fissando. E iniziò a sbagliare. L’attacco dell’inciso, l’ottava alta, fino a perdersi completamente nelle note della seconda parte della canzone. I ragazzi cercarono di andargli dietro accelerando o rallentando la musica, ma Lex era nel pallone.

Non lo avevano mai visto così. Se fuori dal palco il loro frontman era un ragazzo timido e taciturno, cantando si scatenava e sfoggiava una voce potente ed estesa che ricordava davvero quella del compianto Jeff Buckley. La timidezza veniva superata nel momento in cui partiva la prima canzone e Lex iniziava a cantare come se non avesse 17 anni, ma molti di più. Al terzo pezzo di solito, nel pub che li ospitava, tutti avevano smesso di vociare ed erano rapiti dai Mojo Pin e in particolare da questo giovane e magro cantante che con voce intensa e sguardo ammaliante cantava le canzoni di Buckley alternandole a pezzi inediti.
Per il fatto che Lex scriveva canzoni, i ragazzi della band lo consideravano un vero artista e riconoscevano in lui una grande sensibilità ma anche determinazione.

Quando portava loro un nuovo pezzo e lo faceva ascoltare accompagnandosi con la chitarra, il ragazzo si mostrava sicuro, certo che la canzone sarebbe comunque piaciuta. Poi chiedeva la loro opinione e ripeteva più volte che se non piaceva non si offendeva, ma raramente i ragazzi suggerivano dei cambiamenti. I testi erano appannaggio del cantante e semmai in fase di arrangiamento sistemavano un po’ la melodia, ma la canzone era quella di Lex, non c’era mai bisogno di ritoccarla.

Al Vox Cafè avevano cantato altre volte e quel sabato non sembrava diverso dagli altri. Lex era arrivato con Marzia e un paio di suoi amici. Mente loro mangiavano e bevevano a un tavolo il ragazzo aveva iniziato a preparare il palco.

Il concerto era iniziato alle 22 in punto. Tutto era andato bene per poco più di un’ora, poi Lex aveva guardato in fondo alla sala, dove c’era un tavolino con una sola persona che lo fissava ed era andato nel panico. Aveva sbagliato completamente la seconda parte di Lover, sudava e stava tremando. Alla fine aveva smesso di cantare e Fabio, il chitarrista, aveva improvvisato un assolo per concludere il brano.

Il pubblico ancora stava applaudendo quando si avvicinò a Lex per chiedergli se stava bene.

«Sì, mi è girata un attimo la testa, ma sto bene. Bevo un po’ d’acqua e mi riprendo».

Il resto del  concerto fu sottotono. Il cantante non era in forma come al solito. Prese più di una stecca. Continuava a guardare quel tavolino in fondo con una persona sola che beveva birra e ascoltava il gruppo.

Dopo il concerto Lex salutò frettolosamente i compagni e si fece riaccompagnare a casa da Marzia. La ragazza aveva capito che qualcosa non andava e che non si era trattato di un semplice capogiro come suo fratello aveva detto agli altri. Aveva capito che Lex si era bloccato quando era arrivato quel cliente che si era seduto in fondo. Gli occhi di suo fratello non avevano segreti e lei sapeva leggervi molto bene le sue emozioni.

In macchina, Lex era seduto dietro e mentre i due amici parlavano del dj che avrebbe suonato nella discoteca dove sarebbero andati dopo aver lasciato Lex a casa, Marzia guardava suo fratello dallo specchietto retrovisore. Gli continuavano ad arrivare sms e lui stringeva gli occhi e si mordeva il labbro inferiore come faceva da bambino quando aveva combinato qualche guaio e non lo voleva dire. Continuava a sospirare e a guardare fuori dal finestrino.

8

«Cerco don Aldo, sono  venuto a portargli un dvd…»

Le due suore al banco di accettazione del convegno osservavano torve quel ragazzino con l’orecchino e i capelli rasati. Cosa stava cercando uno che così emaciato poteva benissimo essere un drogato da un incontro di religiosi e associazioni ecclesiali? Non è che magari voleva rubare dalle borse delle signore presenti?

«Non so se si può disturbare don Aldo, è molto impegnato adesso», disse una delle due, quella con gli occhiali spessi e il culone enorme che non entrava tutto nella sedia .

«Alessandro!!!», la voce profonda di don Aldo fece voltare tutti e tre. Il sacerdote stava percorrendo il corridoio ad ampie falcate, con le braccia aperte e un gran sorriso. «Sei arrivato, bene!»

Raggiunse Lex e gli passò un braccio sulle spalle.

«Care sorelle, questo è Alessandro, un regista di grande talento. E’ stato lui a realizzare il film sulla vita monacale che trasmetteremo questo pomeriggio»

«Oh, ma che bravo!» «Complimenti!» Le religiose avevano cambiato tono di voce ed ora erano la quintessenza della dolcezza.

Don Aldo prese per un braccio Lex e lo condusse lungo il corridoio da cui era sbucato fuori. «Vieni con me», gli disse.

Il corridoio conduceva ad un androne del centro congressi. Non c’era ancora nessuno a parte le suore di guardia. Di sotto, nella grande sala convegni stavano finendo di allestire il palco e le luci per la tre giorni di incontri. Lex doveva consegnare il video, accertarsi che si vedesse e sentisse bene dal maxischermo e poi il suo lavoro poteva considerarsi finito.

Don Aldo chiamò l’ascensore. Guardava davanti a sé senza parlare. Sembrava improvvisamente molto serio. Quando si aprì la porta entrò e il ragazzo lo seguì.

Pigiò -1 e appena l’ascensore partì guardò Lex, gli sorrise e l’abbracciò.

«Grazie davvero per tutto quello che hai fatto», disse sussurrandogli nell’orecchio.

«Di ni…niente…»

Don Aldo allungò la mano e spinse il tasto rosso stop. Lex avvertì solo l’ascensore arrestarsi improvvisamente. Accennò ad allontanarsi dal prete pensando fossero arrivati a destinazione, ma questi lo strinse più forte, soffiandogli sul collo. La mano che aveva premuto lo stop scivolò lungo la schiena del ragazzo, accarezzò le natiche e poi affondò proprio al centro. Per un tempo che a Lex parve infinito sentì la stretta poderosa dell’uomo e la mano destra che tentava di affondare attraverso i jeans. Non riusciva a dire nulla, spingeva il bacino avanti a lui, ma incontrava il corpo nerboruto dell’uomo che impediva la fuga da quella mano.

Infine lo sentì sgusciare via dal culo, l’ascensore ripartì e finalmente l’uomo si staccò da lui. Don Aldo guardò fisso la porta senza parlare, mentre Lex si appoggiò con le spalle alla parete. Era a bocca aperta per lo stupore.

Un paio di secondi e l’ascensore si aprì. Don Aldo uscì fuori senza guardare Lex e senza dire una parola. Lui indugiò un paio di secondi, poi lo seguì.

Si diresse verso un uomo vistosamente sovrappeso, sui trentacinque anni, che stava collegando dei cavi ad un pc portatile. «Giovanni, hanno portato il dvd di oggi pomeriggio. Vedi un po’ se va tutto bene…». Poi fece un cenno con la mano in direzione di Lex, in realtà senza guardare nella sua direzione e si allontanò con passo sostenuto.

«Ce l’hai tu il dvd?», disse bruscamente l’uomo al ragazzo. Lex non riusciva a parlare e continuava a deglutire saliva. Fece un piccolo cenno di assenso con la testa, sfilò il dvd dalla tasca del suo giubbotto e glielo allungò. Stava ancora fissando il pavimento, quando udì la musica di sottofondo che aveva scelto come inizio del filmato. Sollevò lo sguardo verso il maxischermo sul palco che mostrava le immagini da lui girate.

«Sembra sia tutto ok…», bofonchiò l’uomo che stava regolando il volume audio sul portatile, «buona qualità audio e video, non devo regolare i volumi più di tanto» . Lex si voltò e senza salutare si diresse verso l’ascensore. L’uomo sovrappeso non se ne accorse neppure.

Mentre camminava si guardava intorno, ma non c’era traccia di don Aldo. Spinse il tasto per chiamare l’ascensore. Era al secondo piano. Il prete era andato a nascondersi? E se quando si apriva la porta se lo ritrovava davanti? A quel pensiero Lex avvertì una fitta di panico al centro del petto. Il respiro accelerò facendosi corto e superficiale. Ma l’ascensore era vuoto. Entrò dentro e pigiò due, tre volte, il tasto zero. La porta si chiuse con una lentezza esasperante. Strizzò le palpebre.

Riaprì gli occhi solo quando avvertì la luce del corridoio. Sì incamminò velocemente verso l’uscita. Le suore erano sempre al loro posto che parlottavano. Lo videro e gli sorrisero: «Già finito?», «Allora è tutto a posto?», «Scappi subito, non resti a pranzo con noi?», «Giovanotto, mi hai sentito?», «Giovanotto?!»

Lex non badò a loro e uscì nel sole con passo svelto e il respiro corto. La fitta al petto si stava allargando a tutto il torace.  Un peso, non un vero e proprio dolore, ma che lo comprimeva e gli impediva di trattenere l’aria che fuggiva dai polmoni prima di riuscire a ossigenare l’organismo.

Lo scooter era dove lo aveva lasciato. La mano tremava ancora quando indossò il casco e dovette provare più volte ad agganciare la cinghia.

Saltò in sella e appena si accese il motore sfrecciò via senza fermarsi allo stop dell’incrocio. Tirò al massimo e raggiunse il suo parco fluviale. Non desiderava altro che rifugiarsi sotto un albero e riprendere il controllo della situazione.

9

Quanti giorni i miei occhi han visto e sono ancora qui
a cercare di fermare il vento che li fa lacrimare.
Ci ho affogato i sogni dentro per non berne più,
sono affiorate sofferenze e vecchi rimpianti,
nuove domande, nessuna risposta.
Cos’è che mi scuote al letargo e mi strappa la seta dal fango?
Dalla crepa io vedo già fuori, esistenza di luci e rumori.
Cos’è che mi spinge a nuotare fino in fondo al centro del mare?
Non mi apro come un fiore alla vita, resto confinato nella mia crisalide.

(Crisalide, Mojo Pin)

«E questo è quello che è successo»

«E quindi sono due mesi che quello stronzo ti tempesta di messaggini porno sul cellulare?»

«Sì, più o meno sì»

«Ma perché non hai fatto niente?»

«Non lo so… speravo la smettesse, mi sono detto che se non gli rispondevo si sarebbe stancato e non mi avrebbe più scritto quelle cose. Invece è sempre peggio!»

«Quindi ha cominciato dopo l’ascensore, non prima»

«Dopo. Dopo quella volta che gli ho portato il dvd e lui mi è saltato addosso. Cioè, non ha iniziato subito, sarà passata una settimana più o meno… poi sono arrivati i primi messaggi. Ma all’inizio non era così.»

«Cioè?»

«Aspetta, ce li ho ancora. Eccone alcuni: “grazie per quanto hai fatto per me, il tuo lavoro è stato un grande successo”. Poi “il tuo aiuto è stato prezioso e hai dimostrato qualità non comuni”. “Colgo in te un’anima grande, toccata in modo misterioso dal Signore che ti rende bellissimo dentro e fuori”»

«E del fatto che ti ha palpato il culo non ha mai scritto niente?»

«No, mai niente. Io non ho mai risposto. Non ce la facevo. Anche il messaggio più innocuo mi faceva stare male. Ma lui non lo capiva… aspettava qualche giorno e poi me ne mandava un altro. Poi le cose sono peggiorate».

«… e a ha cominciato a scrivere quelle schifezze porno…»

«Sì, dopo un paio di settimane di messaggi così ha scritto “Il tuo cuore puro è come quello del mio Andrea. Dio mi ha strappato lui, ma ora mi dona te”»

«E Andrea chi cazzo è?»

«Penso fosse quel ragazzo delle fotografie in casa sua. E da questo messaggio in poi ha iniziato a scrivere quella roba là tutti i giorni. Un po’ li ho cancellati, ma sono quasi tutti qui».

«Sì, ma bisogna fare qualcosa. Questo è un matto pericoloso»

«Barbara, io non so che cazzo fare… mi vergogno pure, la gente penserà che io ci ho fatto qualcosa con questo prete e lui può pure dare la colpa a me. Metti che lo viene a sapere mia madre, quella vive per la chiesa e sicuramente darebbe ragione a lui. Finirò per rovinarmi la vita!»

«Oh, oh, stai tranquillo. Dai, non fare così. Ehi, non piangere. Vieni qui…»

Barbara attraversò il tavolo, si sedette sulla panchina accanto a Lex e lo strinse forte. Lui singhiozzava piano e posò la testa sulla sua spalla.

Il parco era deserto. C’era la nebbia quella mattina e i due ragazzi avevano saltato la scuola. Barbara, prima che suonasse la campanella aveva preso Lex in disparte e gli aveva chiesto spiegazioni. Lui aveva reagito male: “non ti devo dire proprio nulla!”, ma lei aveva tenuto duro e lo aveva convinto a scappare prima di entrare in classe e rifugiarsi al parco. Era una giornata buia, il sole non voleva spuntare a riscaldare l’aria che umida e fredda si insinuava sotto i vestiti e penetrava attraverso la pelle fin nelle ossa.

Non avevano parlato dei messaggi fino a quando non erano arrivati al parco. Barbara aveva cercato di distrarre Lex raccontandogli di un ragazzo che ci stava provando, un idiota che lei teneva su una corda tesa e al quale faceva credere di ricambiare l’interesse. Per prenderlo in giro, far credere agli altri che gli piaceva qualcuno, mentre a lei non fregava un cazzo di quelle cose. Lex aveva sorriso, ma sempre distante e perso nei suoi pensieri. Quando erano arrivati al parco si erano seduti uno davanti all’altro e lei lo aveva guardato dritto negli occhi.

«Ora mi dici tutto… che ti sta succedendo?»

Lex aveva abbassato gli occhi, sentiva che era giunto il momento di aprirsi e confidare almeno alla sua amica più cara cosa gli stava accadendo. Barbara non avrebbe potuto aiutarlo concretamente, ma condividere quella storia comunque gli avrebbe fatto bene.

Da due mesi dormiva poco e male e ogni bip che segnalava l’arrivo di un nuovo sms era una fitta di dolore. Viveva nel terrore che don Aldo potesse comparirgli davanti per strada, raggiungerlo all’uscita della scuola, o, peggio, suonare a casa per parlare di lui con sua madre.

“O fai sesso con me o dico tutto a tua madre”. E se lo avesse ricattato in questo modo? Quel maledetto prete si era rivelato un maniaco sessuale che lo perseguitava giorno e notte. Avrebbe potuto sputtanarlo con i suoi amici, con il proprietario della tv, che lui conosceva bene e quindi con sua madre. L’ansia era diventata una costante della sua vita. Anche di notte, benché Lex spegnesse il cellulare quando andava a dormire. Non c’era tregua, si svegliava di soprassalto preda di incubi spaventosi nei quali Aldo lo torturava sessualmente o lo derideva in chiesa davanti a tutti i fedeli. Una volta aveva sognato che il sacerdote lo legava con delle corde e lo penetrava con una croce di metallo. Si era svegliato urlando e gli era sembrato di sentire ancora la sensazione di pressione in mezzo ai glutei dell’episodio dell’ascensore.

Quando la mattina si svegliava accendeva tremante lo smartphone e invariabilmente arrivava qualche messaggio notturno. Col buio erano più sconci e volgari che mai. Una mattina ne aveva contati 12, uno peggio dell’altro. All’inizio li aveva cancellati, poi aveva smesso. Erano una testimonianza quegli sms se don Aldo lo avesse ricattato, erano l’unica testimonianza che potessero dimostrare che lui era la vittima e il prete il carnefice che lo molestava.

Finalmente aveva raccontato tutto a Barbara. Era un sollievo. Quel peso era meno incombente se lo si poteva portare in due. Con il pianto liberatorio Lex si era lasciato andare tra le braccia della ragazza.
Per una volta tra loro non c’erano state battute e prese in giro, solo confidenza, intimità, amicizia. Lex era rimasto abbarbicato a lei per diversi minuti, mentre gli accarezzava la testa rasata. Solo quando il respiro si fece regolare e il cuore più leggero si staccò e le regalò un sorriso.

10

L’acqua bollente scorreva lungo il suo corpo. Era seduto nella doccia da dieci minuti con gli occhi chiusi e il getto che picchiettava sul viso per poi scorrere sul collo, sul petto con pochi peli al centro e intorno ai capezzoli e giù, fino al pene e ai testicoli sostenuti dalle gambe piegate verso il busto. Cercava di pensare, Lex, a cosa doveva fare per uscire da quell’incubo.

Parlando con Barbara aveva rotto quell’incantesimo maligno che lo isolava dagli altri. Ora vedeva tutto più lucidamente. Non c’entrava nulla lui, non aveva fatto niente se non il suo lavoro. A saltargli addosso era stato quel prete e lo aveva fatto con studiata precisione, cogliendo l’occasione migliore senza rischiare di venire visto da nessuno. Per due mesi Lex aveva temuto di averlo incentivato in qualche modo, magari con segnali inconsapevoli che avessero potuto spingere don Aldo a ritenerlo interessato a lui. Barbara gli aveva confermato che non aveva alcuna responsabilità per l’abbraccio violento nell’ascensore, Lex non era in nessun modo responsabile neppure per tutti i messaggi porno che continuavano ad arrivare da due mesi a questa parte. Don Aldo aveva rivelato il suo volto, quello che si nascondeva dietro il colletto bianco e la camicia scura ed ora Lex doveva trovare il modo di farlo smettere.

Quando il giorno prima si erano rifugiati al parco il ragazzo aveva risposto per la prima volta ad un sms del sacerdote con un lapidario “lasciami stare”.

«Non devi aggiungere altro», gli aveva detto la sua amica, «Se non è completamente andato di cervello capirà che non vuoi avere a che fare con lui e sparirà».

E per tutto il pomeriggio infatti non aveva più ricevuto suoi messaggi, né in risposta al suo e neppure uno dei soliti osceni. Ma quando quella mattina aveva acceso il suo smartphone ne aveva trovati tre nuovi. Aveva ricominciato ignorando completamente ciò che aveva scritto. “Questo è tutto matto”, aveva pensato Lex.

L’acqua scorreva sul viso e Lex era deciso ad affrontare don Aldo faccia a faccia. “Sono stanco di scappare come un coniglio. Ora gliela faccio vedere io”.

11

Suo fratello era in bagno da venti minuti. Marzia si stava spazientendo. Ok, era domenica, non c’era fretta, ma l’unico cesso della casa non poteva essere requisito per tutta la mattina da Alessandro.
La mamma era appena uscita per andare a messa. Marzia aveva fatto colazione con calma. Lei non sarebbe tornata prima di un paio d’ore. Dopo la celebrazione si fermava sempre con le donne del coro e le chiacchiere di solito andavano per le lunghe.

Sentì un bip provenire dalla stanza del fratello e si ricordò della faccia di Lex in auto, quando qualche giorno prima aveva avuto quella defaillance al concerto e in macchina riceveva messaggi che lo turbavano.

Marzia non era una che si faceva i fatti degli altri. Odiava i pettegolezzi e se aveva qualche curiosità chiedeva al diretto interessato senza cercare sotterfugi. Voleva molto bene a Lex, ma non era capace di dimostrarlo se non seguendolo ai suoi concerti e facendo il tifo per lui. Nessuna carezza o bacetto, dopo la morte di papà rifuggiva qualsiasi esternazione di affetto. Trattava suo fratello come un amico e sosteneva concretamente il suo lato artistico. Era il massimo che riusciva a fare.

Dopo l’ultimo concerto aveva iniziato a osservarlo. Era distratto, più taciturno del solito e assente. Sembrava distante da tutto ciò che accadeva intorno a lui, sempre chiuso in camera sua e da solo. A volte passava interi pomeriggi fuori, ma nessuno sapeva dove andava. Evitava anche i soliti amici e col gruppo provava poco e svogliatamente. Quando lei aveva provato a coinvolgerlo per qualche serata fuori con i suoi amici aveva risposto in modo brusco che aveva da fare e non poteva uscire, salvo poi rimanere in casa.

Stava succedendo qualcosa e lei voleva saperlo. Se lo avesse affrontato direttamente lui le avrebbe risposto male e sarebbe uscito sbattendo la porta. Magari poteva dare una sbirciatina ai messaggi del cellulare e capire che diavolo stava succedendo a suo fratello. Non è che aveva iniziato a drogarsi?

Prese il telefono e aprì l’applicazione dei messaggi. Gli sms erano raccolti in base al mittente. Il primo era senza foto. Nome: Don Aldo. Non era quello del video che Ale aveva realizzato un po’ di mesi prima? Poi c’erano i messaggi di Barbara, due amici della band, poi seguivano quelli più datati di alcuni compagni di scuola. Tornò in cima alla lista. Don Aldo? Ma perché gli scriveva ancora? Non ricordava che suo fratello avesse fatto altri lavori per la chiesa o la mamma l’avrebbe ripetuto cento volte almeno. Aprì la lista messaggi del sacerdote e iniziò a leggere. Sgranò immediatamente gli occhi.

Alessandro mio, nel sogno di stanotte ti leccavo ancora il culo e tu godevi. Sarai mio e sarai felice perché lo sarò anche io.

Stanotte ho voglia di stringerti e succhiarti il cazzo mentre ti infilo due dita in culo. Tu godrai come mai prima d’ora.

Tesoro, non immagini che cazzo duro che ho. Solo il tuo culetto sodo può dargli un po’ di riposo. Se vuoi puoi scoparmi pure tu, io godo anche solo sentendoti godere.

Da quando ti ho sentito cantare ho capito che sei fatto per me. Non ti lascerò scappare.

Vivo nell’attesa di poterti stringerti e sentire il tuo cazzo duro contro il mio.

Mentre cantavi avevo il cazzo duro. Voleva riempirti la bocca e sentirti mugolare di piacere.

Mi sono masturbato pensando a te, a quando ho toccato quel bel culetto. Non penso ad altro. Lo voglio e ti voglio.

Marzia leggeva inorridita. Erano tutti sms così ed erano a senso unico. Suo fratello non aveva mai risposto a parte una singola risposta recente in cui chiedeva di lasciarlo stare. Era pazzo. Uno stalker pazzo che si era invaghito di Alessandro e lo perseguitava. Ecco che stava succedendo. Continuò a scorrere i messaggi. Erano centinaia e si domandava perché li aveva lasciati lì invece di cancellarli subito. Perché non aveva chiesto aiuto per fermarlo e si era tenuto tutto dentro? Era tipico di Lex essere così riservato e soffrire senza “disturbare” nessuno. Anche con la morte di papà lui aveva preferito il silenzio al pianto, il dolore nascosto piuttosto che vissuto. Ma questa era una cosa più grande di lui che non aveva neanche diciotto anni e non era in grado di gestire un maledetto prete malato col doppio dei suoi anni.

«Che cazzo stai facendo?», urlò Lex, che era uscito dal bagno senza che sua sorella se ne accorgesse. Era davanti a lei con indosso l’accappatoio, il cappuccio tirato sui capelli rasati e lo sguardo terrorizzato.

«Sto bastardo che ti perseguita deve pagarla di brutto!», disse Marzia guardandolo dritto negli occhi. Lex respirò profondamente e ricambiò lo sguardo della sorella. Non era più spaventato. La determinazione che aveva trovato non era sparita. Raccontò a Marzia ogni cosa.

12

La mamma aveva ascoltato tutto senza dire una parola. Non era da lei, che di solito non lasciava finire di parlare una persona per poter dire la sua. Questa volta era stata in silenzio spalancando gli occhi e la bocca quando Marzia aveva letto alcuni dei messaggi di don Aldo. Quando la ragazza era andata con Lex in cucina per chiederle di sedersi perché dovevano parlare di una cosa aveva capito subito che era importante. Quei due avevano una luce inedita negli occhi e una complicità che non aveva più trovato da quando suo marito si era ammalato, anni prima.

Ebbe il dubbio per un secondo se l’argomento della discussione fosse proprio lei, ma sentiva di avere la coscienza pulita. Quei ragazzi erano la sua vita e cercava di fare del suo meglio per crescerli. Aveva qualche problema con Marzia, è vero, dipendeva dal suo carattere tanto ribelle, ma era una brava ragazza, doveva solo trovare il suo equilibrio.

Si sedette al tavolo con loro senza dire una parola. Alessandro la prese alla larga. Iniziò a raccontare della televisione e di quel video che aveva realizzato settimane prima. Lei faceva fatica a capire. Che c’entrava quel lavoretto ormai concluso e per il quale il figlio aveva avuto tanti apprezzamenti con questa atmosfera da funerale?

Il ragazzo stava girando intorno a qualcosa che riguardava don Aldo, ma non riusciva a dirlo. Fu Marzia a prendere la parola, spazientita come al solito, e iniziò a raccontare senza giri di parole che questo sacerdote aveva molestato suo figlio fisicamente e da due mesi lo tempestava di messaggini sul cellulare. Aveva addirittura iniziato a seguirlo nei locali dove si esibiva con i suoi amici rendendogli la vita un inferno.

Non riusciva a crederci, le sembrava una cosa impossibile. Si sarebbe accorta se Alessandro avesse avuto un problema del genere, invece lui non aveva mai detto nulla o manifestato un particolare disagio. Era silenzioso e riservato come sempre, ma gentile e disponibile. Perché poi non ne aveva parlato prima? Iniziò a comprendere davvero la portata dell’accaduto solo quando Marzia cominciò a leggere uno per uno quegli sms, partendo dal giorno e dall’orario di invio per poi scandire parola per parola il contenuto.

Osceni. Una sequela infinita di messaggi spinti che scorrevano uno dopo l’altro sulle labbra di Marzia.
Era indignata e comprese che ora la cosa peggiore da fare era minimizzare la cosa.

I suoi figli avevano un problema di cui non erano la causa ma le vittime. Mentre Marzia continuava con quella schifosa lettura guardò Alessandro e si accorse di come quelle parole lo turbavano. Era qualcosa di più dell’imbarazzo. Suo figlio aveva un’anima sensibile che era stata risucchiata in un vortice di diabolica perversione. Il fatto che l’artefice fosse un sacerdote stimato da tutti rendeva tutto più grave e iniziava a capire le motivazioni al silenzio del ragazzo. Lui aveva paura.

Ora però c’era lei. Le avevano confidato tutto ed era orgogliosa dei suoi figli. Erano una famiglia vera, unita, e come tale si sarebbero comportati. Quando Marzia smise di leggere i messaggi e gettò il cellulare sul tavolo la mamma emise un lungo respiro e poi li guardò con un accenno di sorriso.

«Io sono fiera di voi. Grazie a Dio mi avete raccontato tutto. Solo per il fatto che siamo qui a parlarne possiamo dire che il più è fatto. Tu Ale non sei solo, ci siamo noi, capito?»

Lex fu sollevato da quelle parole e fece un cenno affermativo con la testa.

«E’ chiaro che questo sacerdote ha un problema psicologico grave ed è pericoloso. Non c’entra la fede, non è in discussione minimamente, ma non possiamo mica far finta di nulla e lasciare che continui a tormentare Alessandro con queste porcherie!»

«Lo affronto e gliene dico quattro!», affermò Lex

«Ale, è l’ultima cosa che devi fare!», affermò con forza la madre, «promettimi che non lo farai…»

«…ok».

«Ma quello lì la deve pagare!!!»

«Marzia, la vendetta non risolve niente. Segnaleremo la cosa al vescovo, lui saprà come muoversi»

«Va bene», disse Lex anche per chiudere l’accenno di  discussione tra sua madre e Marzia. Non voleva che litigassero proprio adesso.

«Ragazzi, siamo una famiglia e anche se papà non c’è più, comunque ci aiuta, ci guida, è sempre al nostro fianco. Non ci ha lasciati soli… e ci sarà vicino anche questa volta»

«… mamma… », bofonchiò Marzia scuotendo la testa.

«… no, tesoro, io lo so che sono stati anni difficili per voi. Vostro padre se ne è andato così velocemente che è come se ci fosse stato strappato via. E’ stato ingiusto. Io lo so che è stata durissima, lo so benissimo. Ho cercato di starvi vicino, ma è stato un grande dolore anche per me. Se non avessi avuto la fede non credo che sarei riuscita a tenere la barra diritta»

«Ma tu sei sempre stata così forte..»

«Sembra a te che io sia forte, Ale, perché non vedete quanto io mi senta persa senza di lui e non immaginate neppure quanto io mi senta sola, a volte. Mi sono fatta coraggio per voi, ma io amavo tanto vostro padre e non c’è giorno che non senta la sua mancanza». All’ultima frase le si spezzò la voce per la commozione.

«Manca anche a me», disse piano Lex con gli occhi lucidi.

Marzia stringeva i pugni e guardava di lato. Aveva le labbra serrate.

«Papà non doveva morire così», disse bruscamente.

«Se Dio ha deciso che…»

«Mamma, credi in ciò che vuoi, io penso che se quel tuo dio ha voluto che papà morisse di malattia così giovane e ci lasciasse soli allora è proprio un gran figlio di puttana!»

«Marzia, quando dici queste cose…»

«Andate dal vescovo, fate finire questa storia sennò chiamo alcuni amici miei e li mando a dire due cose a quel prete maledetto. E state certi che non gli piacerà». La ragazza si alzò dalla sedia e uscì dalla cucina. Passando accanto a Lex gli accarezzò con una mano la testa, poi sorrise debolmente a sua madre e prese la via della porta.

13

Quando non sarò più soltanto un ragazzo che attenta la sua felicità,
col mio viso distante e distratto verso quel lontano cielo.
Quando le lucide memorie non saranno più quelle
che mi accompagnano da tanti anni in qua,
coi loro tristi graffi sulla mia pelle fino a soffrire.
Domani, domani riuscirò per un istante a dimenticare ?
E no, non resto fermo a guardare un sogno che si perde dentro
a un film in bianco e nero, consumato, come la felicità.

(Domani, Mojo Pin)

L’accoglienza era stata festosa. Il vescovo si ricordava bene della mamma di Lex e le diede subito del tu. In un altro momento lei avrebbe gongolato e lusingata non avrebbe fatto altro che baciargli l’anello. Invece stavolta, quando il porporato allungò la mano gliela strinse formalmente.

Si accomodarono in parlatorio. Lei, dopo un giro di telefonate ad alcune amiche fidate era riuscita ad avere il numero di cellulare del vescovo e non aveva esitato a chiamarlo. Dopo qualche frase di circostanza, lui aveva capito che c’era una questione seria che doveva essere affrontata dal vivo e le aveva dato un appuntamento. Non si aspettava di vederla arrivare con questo ragazzo e sperava non si trattasse della solita ramanzina dopo qualche bravata. Per queste cose c’erano i parroci, o gli psicologi se proprio era il caso. Ogni tanto capitava che qualcuno gli chiedesse di parlare con un ragazzo ribelle, ma lui rifiutava sempre. Non era certamente questo il compito di un vescovo. E poi aveva tanti impegni. Sperava proprio di sbrigarsela il prima possibile.

«Allora, perché questa gradita visita?»

In quel momento arrivò un messaggio sul cellulare di Lex.

«Ecco il motivo, eccellenza». Il ragazzo allungò lo smartphone alla madre, la quale, con mano decisa, aprì il nuovo messaggio che ovviamente proveniva da don Aldo e con tutta la litania degli altri sms in fila allungò l’iphone al porporato, che lo prese tra due mani con sguardo perplesso. Inforcò gli occhiali da lettura e iniziò a leggere.

Dopo il primo messaggio alzò gli occhi verso di loro. «E’ uno scherzo?»

«Uno scherzo che dura da alcuni mesi…», bofonchiò Lex.

«Legga, legga. Li legga tutti… guardi cosa sta subendo mio figlio!»

Il vescovo riprese a leggere. Passarono alcuni minuti. Scorreva i messaggi uno per uno col dito tozzo e grasso sul touch screen.

Infine emise un lungo sospiro, si tolse gli occhiali e riconsegnò il cellulare a Lex.

«Puoi cancellarli tutti, Alessandro…»

«No, se li cancella poi spariscono anche le prove!», disse con forza la madre.

«Cara signora», rispose con calma il vescovo incrociando le mani, «i sacerdoti sono uomini e come tali possono peccare e anche, come in questo caso, uscire un po’…come dire… di senno. Non mi sorprendo, perché nella mia missione ho incontrato molti casi che…»

«Senta vescovo, le chiacchiere non servono. Io voglio sapere cosa intende fare affinché questo prete la smetta di molestare mio figlio. Le dico già che ho intenzione di rivolgermi ai carabinieri!»

Il vescovo sbiancò. Uno scandalo di quella portata era proprio l’ultima cosa che ci voleva per la diocesi. Cercò di mantenere la calma. Doveva far ragionare quella signora e allo stesso tempo risolvere il problema. Non era infrequente che un prete intrattenesse relazioni con qualcuno. Spesso si trattava di una donna, ma era capitato anche che si trattasse di uomini. Lo sapeva, perché quando i suoi sacerdoti si ravvedevano e comprendevano l’errore correvano da lui a confessarsi. Solitamente tutto finita con un’assoluzione e una penitenza. A volte, in via prudenziale, in un cambio repentino di parrocchia, per mettere a tacere eventuali voci e allontanarsi dalla persona che, magari covava rancore.

Don Aldo era stato uno di questi preti. Si era confidato con lui dopo la morte del giovane con il quale da tempo aveva una relazione. Era molto depresso dopo la sua morte improvvisa e a lui toccò consolarlo e indirizzare il sacerdote verso uno psicologo di fiducia. Dopo qualche mese Aldo era tornato alla sua vocazione sacerdotale recuperato ed entusiasta. Poteva aspettarsi una nuova relazione amorosa con qualcuno, ma mai avrebbe immaginato che avrebbe iniziato a perseguitare un ragazzino con questi messaggi di natura pornografica.

«Don Aldo da tempo ha qualche problema personale a causa di un lutto che lo ha colpito improvvisamente e che lo ha reso molto fragile. Sono stato ingenuo pensando che si fosse risolto da solo ma è chiaro che non è così. Io…»

«Quel ragazzo!», lo interruppe Lex, «quello delle foto che è morto nell’incidente. Era quello il suo… problema?»

Il vescovo era visibilmente in imbarazzo e iniziò a spazientirsi. La storia di Aldo dunque era di dominio pubblico, tanto che pure questo ragazzino ne era a conoscenza. Stavolta avrebbe agito in maniera risoluta e definitiva. Voleva congedare quei due il prima possibile per convocare il sacerdote.  Cercò ugualmente di rispondere in modo garbato per rassicurare la donna e impedirgli di ingigantire quel guaio facendo intervenire le forze dell’ordine.

«Sì, ragazzo. Io l’ho saputo dopo la morte di quel povero giovane. Sono stato personalmente molto vicino a don Aldo. Dopo un periodo di forte depressione mi è sembrato si riprendesse. Mi aveva assicurato che non ci sarebbero stati altri problemi connessi alla sua tendenza e io gli ho dato piena fiducia. Finora non mi aveva mai dato problemi».

«E adesso?», chiese la mamma

«Mi muoverò immediatamente e vedrete che per quanto vi riguarda la questione finirà entro oggi»

«E’ un problema della collettività, perché dopo Alessandro può prendersela con qualcun altro, magari più vulnerabile e isolato».

«Le assicuro che non accadrà. La diocesi non vuole uno scandalo per colpa di uno dei suoi sacerdoti più in vista »

«Vescovo, io parlavo di altri minorenni. Chi se ne frega della diocesi!», urlò la mamma, imbufalita.

«Certamente, signora. Si calmi, intendevo proprio questo!»

Il vescovo fece per alzarsi. Aveva già perso troppo tempo e voleva agire subito per parlare con Aldo. Quel sacerdote era tra i più attivi e finora aveva sempre potuto contare su di lui. Chi avrebbe preso il suo posto ora? Un problema in più a cui pensare.

«Adesso signora le chiedo la cortesia di lasciarmi agire, nell’interesse di Alessandro e di tutti coloro che potrebbero essere coinvolti. Magari lui non è l’unico cui vengono spediti quel tipo di messaggi. Don Aldo è una persona con problemi e va aiutata e messa nella condizione di non ripetere questo errore.»

«Va bene», bofonchiò titubante la mamma.

«Prima però vi chiedo quella cosa… Alessandro, per favore, cancella quegli sms. Averli lì non ti aiuterà a superare questa brutta storia».

Lex guardò sua madre, che dopo un attimo di titubanza fece un cenno affermativo con la testa. Tirò fuori dalla tasca il cellulare. App messaggi. Selezionò tutti quelli di don Aldo. Cancella. Sei sicuro? Sì.

Fatto.

14

Quando mi taglierò la barba ogni giorno per sembrare un po’ più come te,
amerò il sogno, la mia vita, queste canzoni e quello che c’è.
E no, io non lo sto salvando il mondo che volevo addentro al
mio regno disegnato, inventato, dove c’eri tu, la mia felicità.
E no, che non ci sto a guardare un sogno, che si perde dentro
a un film in bianco e nero, consumato, come il futuro che arriverà.
Ma domani, domani troverò la forza di dimenticare?
(Domani, Mojo Pin)

L’ultimo brano scritto da Lex era quello che riscuoteva più successo. Una ballata che partiva con un intro di chitarra acustica suonata dallo stesso cantante, cui si aggiungevano poi  tutti gli strumenti. Al refrain diventava un pop rock coinvolgente a cui il pubblico non poteva resistere.

Orecchiabile e accattivante, bastò qualche esibizione per fare di “Domani” il pezzo di punta dei Mojo Pin.

Quella sera erano tornati a esibirsi al Vox Cafè e il locale era strapieno. Lex era in forma e il suo carisma trascinava anche i compagni che stavano suonando particolarmente bene. Le canzoni di Jeff Buckley si alternavano alle inedite e lui era contento perché il pubblico applaudiva con lo stesso calore quelle del famoso artista americano e le sue. Era finalmente alle spalle il brutto periodo. Aveva ripreso a studiare sodo e gli esami di maturità si stavano avvicinando a grandi passi.

Sua madre gli aveva detto che don Aldo era sparito dalla circolazione. Il colloquio con il vescovo risaliva a qualche settimana prima e sul suo cellulare non era arrivato più alcun messaggio da parte del sacerdote. Probabilmente sua eccellenza aveva chiamato immediatamente il sacerdote e quindi era intervenuto subito come aveva promesso di fare. Nei giorni seguenti si erano sparse diverse voci su don Aldo. Pare fosse andato a “riposarsi” in un convento a Roma, perché non stava tanto bene. Stess, probabilmente, del resto quel sant’uomo era sempre pieno di impegni ed era logico che prima o poi il fisico avesse bisogno di ricaricarsi. Le signore del coro così avevano riferito alla madre di Lex. Forse questo era quello che il vescovo aveva detto in giro, di fatto nessuno aveva più avuto sue notizie. La storia degli sms non era trapelata e Lex e la sua famiglia non avevano raccontato nulla. Raramente ne parlavano tra loro. Ogni tanto mamma e Marzia chiedevano a Lex se era arrivato qualche nuovo messaggio, ma la risposta era sempre un no deciso che non lasciava spazio ad altri commenti.

Lex si era rasserenato. Dopo il colloquio col vescovo era stato teso per alcuni giorni, sempre timoroso che don Aldo potesse comparirgli davanti all’uscita della scuola, sotto casa o mentre stava provando con i ragazzi. Magari gli avrebbe potuto fare una scenata e aggredirlo in mezzo alla strada, dopo averlo visto seduto al tavolo del pub tutto era possibile. E se avesse ripreso a inviargli nuovamente sms? Ovunque fosse andato, per quanto ne sapeva lui aveva ancora il suo numero e quindi poteva ricominciare da un momento all’altro.

Dopo alcuni giorni di tensione, Lex aveva iniziato a rilassarsi e a convincersi che don Aldo era sparito definitivamente dalla sua vita. Era fiero di come sua madre aveva reagito e preso in mano la situazione. Si era sentito protetto da lei come non mai. In casa si respirava un’altra aria e anche Marzia era meno aggressiva nei suoi confronti. L’ossessione verso la fede era diminuita, come se gli sms di don Aldo avessero rotto un incantesimo. Certo, continuava ad andare a Messa tutte le domeniche, ma l’atteggiamento era più razionale.

Mentre cantava Last goodbye di Jeff, sorrise alla tavolata sulla destra dove c’erano Marzia e i suoi amici, che incitavano i Mojo Pin con applausi e urla, alcuni suoi compagni di scuola e Barbara, che da un po’ usciva con Fabio, il chitarrista della band. «Niente di serio», ci teneva a ribadire sempre lei, ma intanto facevano coppia fissa tutti i weekend.

«Tu, invece?», le chiedeva spesso Barbara per punzecchiarlo, «possibile che non ti piaccia proprio nessuna?»

No, Lex non provava nulla per nessuno e andava bene così. Voleva studiare, scrivere le sue canzoni, lavorare nei weekend per la tv e stare con gli amici. Ora non desiderava nessun coinvolgimento emotivo che potesse rompere quell’equilibrio così faticosamente raggiunto.

Con Domani si chiuse il concerto. Molti del pubblico si alzarono in piedi ad applaudire e poi circondarono i ragazzi per far loro i complimenti. Un uomo sui quaranta rimase nell’ombra a fissarli e quando i Mojo Pin iniziarono a riporre gli strumenti si avvicinò a loro.

«Scusate ragazzi, posso parlarvi un attimo?» e allungò un biglietto con il logo della First Music, un’importante etichetta discografica.

«Abbiamo sentito parlare di voi da una persona in particolare che ci ha consigliato caldamente di venire qui e non ne sono affatto pentito. Non sapevo foste conosciuti anche a Roma»

«Non conosciamo nessuno, veramente…», spiegò Lex.

«Qualcuno conosce voi, però. E tramite il passaparola sono arrivati a noi. In pratica qualcuno di importante che conosce un nostro collaboratore mi ha fatto venire fin qui. Vi va di venire a fare una chiacchierata nei nostri uffici nei prossimi giorni? E intanto lasciatemi un demo con i brani scritti da voi, li voglio riascoltare per bene».

Lex non seppe mai chi avesse segnalato i Mojo Pin da Roma. Aveva un sospetto, possibile che don Aldo si fosse mosso dal convento in cui era per aiutarlo? Poteva essere un modo per farsi perdonare? Più ci pensava e più gli sembrava improbabile. Ma né lui, né i suoi amici aveva conoscenze nella capitale in grado di poter raggiungere la First Music. In ogni caso iniziò per lui e gli altri ragazzi un periodo frenetico e carico di impegni e si dimenticò presto del misterioso sponsor.

Dei tanti sogni annotati sulla sua Moleskine, qualcuno si avvererà nel futuro di Lex, altri diventeranno canzoni.

Quel pezzo, Domani, si rivelerà profetico.

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One thought on “#5 coltellate: LEX

  1. Bravo Giangi. Secondo me è il racconto migliore fra quelli di #5coltellate. Lo sviluppo è più armonioso rispetto agli altri. L’unico consiglio che mi sento di darti è di rivedere il testo con un amico a caccia di piccoli refusi e ripetizioni lessicali, a scrittura conclusa. Già così, però, è godibile; si vede che sei bravo e migliori sempre.
    Quando avrai completato la serie, fossi in te, proverei a pubblicarla almeno su Amazon.
    Un abbraccio.

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